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In Pakistan torna la pena di morte ma non è il trend

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In Pakistan torna la pena di morte ma non è il trend

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Nonostante le notizie che ci arrivano dal Pakistan, dove la pena di morte è stata ripristinata qualche giorno fa a seguito dell’attacco talebano nella scuola di Peshawar, la comunità internazionale sembra tendere nella direzione opposta.

Il 18 dicembre l’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York ha approvato con un nuovo record di consensi la moratoria sull’uso della pena di morte: 117 paesi hanno votato a favore, 37 sono stati i contrari e 34 gli astenuti. Nel 2012 i “sì” erano 111.

Il Pakistan, già nella consultazione avvenuta il mese scorso, si era dimostrato contrario.

L’Italia è da anni impegnata in questa battaglia e la delegazione italiana presso l’ONU, guidata dall’ambasciatore Sebastiano Cardi, ha lavorato molto per portare il consenso verso questo risultato. Organizzazioni come Amnesty International, Nessuno Tocchi Caino e la Comunità di Sant’Egidio sono da anni in prima linea.

Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon è un convinto sostenitore della lotta contro la pena capitale e anche l’Unione europea si unisce al coro delle voci in supporto alla moratoria e all’identificazione di pene alternative.

A settembre, in collaborazione con l’Alto Commissario per i Diritti Umani Zeid Al Hussein, il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi aveva presieduto un incontro per sensibilizzare la comunità internazionale su questo tema.

L’evento aveva avuto un approccio pragmatico, con testimonianze di leader politici che hanno promosso il cambiamento nei propri paesi e la presentazione di un manuale pubblicato dall’ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, rivolto ai governanti che volessero seguire quegli esempi.

Alla base di questa campagna c’è la convinzione che la pena di morte leda i diritti umani e che la sua istituzione non riduca i crimini e la violenza. Per di più, la fallibiltà del sistema giudiziario rende troppo rischiosa l’applicazione di tale pena, dal momento che in caso di errore non c’è possibilità di recuperare: casi ben noti hanno dimostrato per esempio che corruzione e razzismo influenzano le decisioni delle corti.

La risoluzione votata a New York include alcune raccomandazioni per i governanti rivolte tra l’altro a ridurre il numero dei casi di applicazione della pena e ad evitare la condanna di minori, donne incinte e persone affette da disabilità fisiche o intellettuali.
Il documento non è legalmente vincolante ma ha un peso morale molto elevato.
Sostituire la pena capitale con pene alternative implica comunque un grande impegno nel sistema detentivo e correttivo. Per esempio, un’indagine dello stesso Alto Commissariato per i Diritti Umani in Italia, risalente al 2008, mostrava l’elevatissimo numero di immigrati tra la popolazione carceraria e la ridotta opportunità che questi hanno di accedere a pene alternative all’incarcerazione.