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"Mani in alto non sparate". Migliaia a Washington contro le violenze sui neri

Slogan e comizi a due passi dal Campidoglio, perché la politica intenda: "Basta con la strage degli innocenti, la giustizia sia uguale per tutti"

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"Mani in alto non sparate". Migliaia a Washington contro le violenze sui neri

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“Mani in alto non sparate”. E’ a due passi dal Campidoglio di Washington che, per farsi ascoltare dalla politica, il movimento contro le violenze della polizia sui neri porta il suo slogan. Sui cartelloni le foto delle recenti vittime e le ultime parole di una di loro, “I can’t breathe”, non posso respirare.

Point of view

Tutti dovrebbero avere le stesse opportunità in questo Paese - dice un manifestante -. Ma ora non è così. Se sei nero, non hai le stesse opportunità dei bianchi.

“Siamo venuti qui da tutto il Paese per essere al fianco delle famiglie che hanno perso dei cari innocenti a causa di violenze e brutalità – scandisce dal palco Kirsten John Foy, uno degli organizzatori -. Siamo qui per chiedere al governo degli Stati Uniti di compiere il suo dovere e applicare indistintamente la Costituzione nei confronti di ogni cittadino americano: nero, bianco, giallo o rosso che sia”.

Benzina sul fuoco dell’indignazione di molti, la mancata incriminazione dei poliziotti responsabili di due delle morti che hanno innescato la protesta.

Tra le migliaia di voci che si levano dalla piazza, c‘è chi denuncia un “Paese sotto assedio” e chi parla di tramonto della società dell’uguaglianza.

“Tutti dovrebbero avere le stesse opportunità in questo Paese – dice un manifestante -. Ma ora non è così. Se sei nero, non hai le stesse opportunità dei bianchi”.

Parole che suonano come campanello d’allarme di un “paziente americano” lontano dalla sua forma migliore.

“Stiamo vedendo un’America arrabbiata e addolorata – conclude il nostro corrispondente a Washington, Stefan Grobe -. La gente ha l’impressione di avere il sistema contro. Quanto chiede, qui in piazza, è una giustizia che non guardi in faccia il colore della pelle. Ma sa, che la strada da fare è ancora lunga”. (16/16)