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La tossica eredità razziale degli Stati Uniti


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La tossica eredità razziale degli Stati Uniti

La rabbia contro l’impunità. La protesta a Ferguson, nel Missouri, esplode lo scorso agosto. Michael Brown, giovane nero di 18 anni disarmato, viene ucciso con sei colpi di arma da fuoco da un poliziotto bianco. Per l’imputato si è trattato di legittima difesa, ma la sua versione viene subito contraddetta dai tesimoni. Un’intera comunità chiede giustizia.

La storia degli Stati Uniti è segnata dalla collera dei neri contro il razzismo dei bianchi. La segregazione è durata 85 anni e ce ne sono voluti altri 10 di lotta per abolirla. Un successo che ha un nome, Martin Luther King, e una data: la grande marcia per i diritti civili del 1963.

Meno di un anno dopo, Martin Luther King sarà in prima fila quando alla Casa Bianca, il presidente Lyndon Johnson firma il Civil Right act che dichiara illegali le discriminazioni in base alla razza, al colore, alla religione, al sesso o alla nazionalità.

Dall’abolizione ufficiale e alla risoluzione del problema, la strada è lunga. Le discriminazioni persistono nei centri urbani e gli anni ’60 sono caratterizzati da numerosi disordini. Nel 1968 viene ucciso Martin Luther King.

Con il pestaggio di Rodney King nel 1991 la questione razziale mette definitivamente gli Stati Uniti di fronte alla loro arretratezza. Il giovane viene fermato dalla polizia per eccesso di velocità. Il linciaggio viene filmato: oltre 1 minuto di violenza e un’incredibile assoluzione per gli agenti ad opera di una giuria di bianchi. La violenza riesplode.

Poi, nel 2008, gli Stati Uniti eleggono un presidente nero. Una notte che risveglia una speranza infinita. Ma il Paese che elegge Obama, non è poi tanto cambiato. Nel 2012, Trayvon Martin, 17 anni, viene ammazzato in Florida dal vigilante, George Michael Zimmerman, poi assolto.

È il primo caso in cui Obama paventa la possibilità di un crimine di odio razziale. Per il resto, il presidente si guarda bene dall’intervenire su queste discussioni: “35 anni fa avrei potuto essere Trayvon Martin – disse il capo della Casa Bianca nel luglio del 2013, dopo l’omicidio di Trayvon Martin – Credo che sia importante comprendere che la comunità afro-americana guarda a questo problema attraverso una serie di esperienze e di storie che non cambiano. Ci sono pochi uomini afro-americani in questo paese che non hanno dovuto subire l’esperienza di essere seguiti quando fanno la spesa in un grande magazzino. Compreso me”.

Nel 2014 c‘è un altro agente che ha seguito le regole, un altro morto senza carnefice. La tossica eredità razziale ancora infetta le città e i sobborghi degli Stati Uniti.

Ogni storia può essere raccontata in molti modi: osserva le diverse prospettive dei giornalisti di Euronews nelle altre lingue.

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