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Il Medio Oriente rischia la terza Intifada

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Il Medio Oriente rischia la terza Intifada

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Di fronte al ritorno della violenza sulla Spianata delle moschee, si cerca di evitare la terza Intifada a Gerusalemme. A innescare gli scontri, a fine ottobre, le iniziative di gruppi di estremisti ebraici sul luogo sacro per impadronirsi della zona dell’antico Tempio di Salomone. Dal 1967, in base alle regole dello status quo, agli ebrei è vietata ogni attività religiosa.

Il capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, chiede proseguire verso la soluzione dei due Stati: “Di fronte al rischio di crescenti tensioni e di tornare ad esperienze drammatiche – ha detto l’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea – abbiamo bisogno, un disperato bisogno, di proseguire sulla strada del dialogo politico”.

La dimensione religiosa complica la situazione. Israeliani e palestinesi si accusano a vicenda della responsabilità degli scontri, nonostante l’investimento dei soldati in Cisgiordania di alcuni giorni fa sarebbe stato un incidente stradale secondo la sicurezza israeliana.

“L’attacco con l’auto lanciata sulla folla è il risultato diretto dell’istigazione di Abu Mazen dei suoi alleati di Hamas – erano state le parole del premier israeliano, Benjamin Netanyahu – A Gerusalemme conduciamo una battaglia continua e non ho alcun dubbio che vinceremo”.

“Il perdurare dell’invasione ad al-Aqsa è una dichiarazione di guerra religiosa – la risposta del consigliere per gli Affari religiosi dell’Anp, Mahmoud al-Habash – Forse alcune persone non sanno cosa significa una guerra di religione. Una guerra di religione significa che ogni israeliano diventerà un nemico diretto di ogni musulmano in tutto il mondo”.

Hamas minaccia di intervenire con ogni mezzo e gli estremisti religiosi ebrei si rifiutano di seguire le regole imposte da mezzo secolo. Tuttavia, sia il governo israeliano, sia l’Autorità palestinese vorrebbero evitare una terza intifada.

Nel 2000 una passeggiata, nello stesso luogo, dell’ex premier israeliano Ariel Sharon – allora leader del Likud all’opposizione – che venne autorizzata dal premier laburista, Ehud Barak, innescò la seconda Intifada che durò fino al 2005. Morirono mille israeliani e oltre 5.000 palestinesi.

L’attuale conflitto, intanto, è già sconfinato in Cisgiordania. E il presidente palestinese Abu Mazen annuncia di voler presentare una bozza di risoluzione al Consiglio di sicurezza dell’Onu che prevede il riconoscimento di uno Stato palestinese entro i confini del 1967.