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Germania, 25 anni dopo la caduta del Muro: un Paese diviso?

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Germania, 25 anni dopo la caduta del Muro: un Paese diviso?

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Venticinque anni fa la caduta del Muro di Berlino cambiò il mondo per sempre. Ma c‘è chi, con le conseguenze di quello storico evento, sta ancora facendo i conti. Sono i cinque stati federali dell’ex Repubblica Democratica Tedesca. Quelli che, secondo la promessa di Helmut Kohl, avrebbero regalato in poco tempo dei “paesaggi fiorenti”.

L’entusiasmo dei tedeschi dell’est per l’unione monetaria, che permise loro di mettere le mani sul tanto agognato marco, fu di breve durata. Il cambio improvviso tolse qualsiasi margine di competitività alle merci, trascinando alla luce del sole la debolezza sistemica derivante da 40 anni di divisione. Risultato: la de-industrializzazione.

Il governo ha reagito con un ingente programma di modernizzazione. Ma, nonostante l’impiego di oltre 1.500 miliardi di euro per la riunificazione, ancora oggi le regioni orientali registrano le maggiori percentuali di abitanti al di sotto della soglia di povertà.

Il divario è presente in quasi tutti gli indicatori economici: nella Germania orientale il tasso di disoccupazione è al 9,1%, contro il 5,8% di quella occidentale. Il reddito medio delle famiglie occidentali è di un terzo superiore a quello delle famiglie orientali, e il prodotto interno lordo dell’est è solo due terzi di quello dell’ovest.

Insomma, c‘è ancora molta strada da fare. Ma la Germania orientale sta lentamente risalendo la china, in particolare grazie all’emergere di importanti centri industriali. Per approfondire la questione, Sigrid Ulrich di Euronews ha parlato con Karl Brenke, esperto dell’Istituto tedesco per la ricerca economica di Berlino.

Euronews: “Venticinque anni dopo la caduta del Muro di Berlino – in termini di produzione economica, produttività, redditi, patrimoni, disoccupazione e rischio povertà – la Germania è ancora divisa tra Est e Ovest. Le chiedo: ancora non abbiamo visto quei paesaggi in fiore di cui parlava Helmut Kohl. Siamo almeno avviati ‘sulla via dell’integrazione che unisce tutti’, come disse Willy Brandt?”

Karl Brenke, Istituto tedesco per la ricerca economica: “Sì, credo di sì. Le aspettative del 1989, alimentate dai politici – in particolare dal cancelliere Helmut Kohl -, sono volate molto in alto. Eppure è stato fatto molto negli ultimi 25 anni. I nuovi Länder – gli stati federali – ora hanno infrastrutture molto moderne. Abbiamo assistito alla re-industrializzazione. La performance economica dell’industria nella Germania dell’Est, a livello pro-capite, è oggi nella media europea. Ma, in effetti, rimangono alcuni problemi. L’Est deve recuperare in termini di produttività, di stipendi, di reddito, in termini di disoccupazione. Per cui, mettiamola così: la fase di trasformazione è stata completata. Ora abbiamo un certo numero di problemi regionali visibili chiaramente. Ma questi problemi regionali ci sono in tutta Europa”.

Sigrid Ulrich, Euronews: “Lei ha detto che nei prossimi due decenni, molto probabilmente, non cambieranno molte cose in termini di convergenza delle condizioni di vita. Per allora, il Paese sarà rimasto unito la stessa quantità di tempo che è rimasto diviso…”

Karl Brenke: “Siamo arrivati a circa tre quarti del processo di aggiustamento. Il tratto di strada a cui giungiamo ora è un po’ più arduo. Ci sono regioni nell’est che si stanno sviluppando relativamente bene. Per esempio, i tradizionali centri industriali, le regioni ad alta densità. E ci sono regioni nei nuovi Länder dove, invece, è più difficile. Parlo delle regioni al confine con la Polonia, al confine con la Repubblica Ceca, regioni prevalentemente agricole. Ma queste regioni erano in difficoltà già prima della nascita della Repubblica Democratica Tedesca. Erano in difficoltà persino ai tempi del Kaiser.

Credo che vedremo maggiore differenziazione dentro la Germania orientale, proprio come ci sono delle differenze all’interno di quella occidentale. Dove, per esempio, abbiamo un notevole divario nord-sud”.

Sigrid Ulrich, Euronews: “Che ruolo ha giocato la valuta? Per molti tedeschi dell’Est il marco aveva un forte valore simbolico. Ma la maggior parte degli esperti della Bundesbank considerarono eccessivamente prematura l’unione monetaria del ’90”.

Karl Brenke: “Sì, economicamente parlando l’unione monetaria del 1990 fu un errore fatale, un disastro. Soprattutto, mise un’enorme pressione sul comparto industriale. Osservammo la produzione industriale crollare della metà nell’arco di poche settimane. Il collasso sarebbe stato anche maggiore se i politici non avessero risposto con misure di sostegno. Ma, politicamente, l’unione monetaria non era davvero evitabile. Senza unione monetaria la gente sarebbe semplicemente scappata dall’altra parte. L’Est si sarebbe dissanguato economicamente in tale modo”.

Sigrid Ulrich, Euronews: “Se non ricordo male, gli slogan dicevano ‘Se il marco tedesco non verrà da noi, saremo noi ad andare da lui’…”

Karl Brenke: “È proprio questo il punto. La popolazione della Germania Est contava sull’unione monetaria. Ma, d’altra parte, era economicamente insostenibile. Fondamentalmente perché tolse da un giorno all’altro lo scudo della valuta. E, al contrario di Paesi come Polonia o Repubblica Ceca dove ci fu un periodo di transizione verso l’Occidente, vedemmo tutto d’un tratto le merci diventare completamente invendibili sui mercati internazionali. Quello che succederebbe ad una Golf Volkswagen che oggi costa 20 mila euro e l’indomani dev’essere venduta per 80 mila. Non riuscirebbe più a trovare clienti. E questo è esattamente ciò che accadde allora al comparto industriale della Repubblica Democratica Tedesca”.