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Uber, la protesta dei conducenti: tariffe basse, stipendi da fame

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Uber, la protesta dei conducenti: tariffe basse, stipendi da fame

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New economy? A giudicare dalle proteste andate in scena a Santa Monica e in molte altre città degli Stati Uniti, Uber si scontra oggi con le più classiche delle rivendicazioni.

Tre i nodi messi in evidenza dalle associazioni di conducenti affiliati alla “App”: la possibilità di ricevere mance, un sistema di giudizio dei guidatori ritenuto ingiusto e, soprattutto, l’eccessivo taglio delle tariffe.

“La ragione per cui siamo qui oggi è perché Uber ha aumentato il numero di conducenti nelle strade, ha abbassato le tariffe applicate – quanto veniamo pagati -, e ha alzato le proprie commissioni”, spiega Matt Doherty, conducente Uber.

“Ci hanno spremuto, per avidità, fino ad un punto in cui riusciamo a malapena a incassare il minimo federale di 54 centesimi per miglio”, conclude.

“Ti disattivano con un clic senza che tu abbia neanche il tempo di rispondere o di fermarti un attimo per capire il motivo esatto”, aggiunge Lofti Benyedder, un altro guidatore.

Le strategie aggressive dell’azienda ci stanno strozzando, dicono i conducenti, che si fanno carico di tutte le spese, benzina compresa.

Le risposta dell’ex startup di San Francisco non potrebbe somigliare di più a quelle delle vecchie aziende: in pochi hanno incrociato le braccia, il servizio è andato avanti regolare.