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I curdi, il desiderio d'unità e la lotta contro l'Isis - intervista al ministro degli Esteri del Kurdistan iracheno

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I curdi, il desiderio d'unità e la lotta contro l'Isis - intervista al ministro degli Esteri del Kurdistan iracheno

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Sono i soli a contrastare l’avanzata jihadista sul terreno. Prima in Iraq e dopo in Siria, i combattenti curdi difendono le loro città e, probabilmente, senza il loro intervento l’Isil avrebbe già vinto la sua guerra. Ma qual è il vero obiettivo di questa resistenza militare?

Una cosa è certa, questa guerra contro gli islamisti radicali li ha uniti. Ogni giorno, dalle colline che dominano Kobane, i curdi turchi seppelliscono i loro fratelli caduti oltre il confine. E non desiderano altro che unirsi a loro e combattere.

In Iraq, i Peshmerga stanno resistendo da mesi agli attacchi jihadisti e non fuggono dalle linee nemiche. L’iraq, uno dei quattro paesi in cui i curdi sono sparsi, nel 2005 ha concesso ai curdi una entità politica autonoma, riconosciuta dalla costituzione irachena e dalla comunità internazionale.

Si contano 40 milioni di curdi nel mondo, molti sono sparsi per l’Europa. Ma la maggior parte di loro vive essenzialmente in Iran, Siria, Iraq e soprattutto in Turchia, dove risiede una comunità di 18 milioni di persone. Nel piano dei peshmerga, il Kurdistan iracheno è l’embrione del futuro Kurdistan indipendente.

Il presidente del Kurdistan iracheno per il momento non chiede tanto, ma sin da questa estate ha usato le vittorie dei suoi combattenti per evocare il desiderio di tenere un referendum per l’indipendenza della regione.

Questa guerra ha permesso loro di ottenere un primo risultato: occupare il centro della scena e garantirsi il sostegno necessario dell’Occidente. Ma il progetto di un grande Kurdistan è ancora lontano dalla sua realizzazione, soprattutto a causa dei grandi interessi divergenti degli Stati nazionali che li ospitano. Per ora, quindi, sono un popolo senza Stato e centinaia di migliaia di curdi sono rifugiati in attesa di trovare e poi di tornare a casa.

A Bruxelles, nell’ambito di un tour diplomatico, è giunto il Ministro degli Esteri del Kurdistan iracheno.
Euronews lo ha intervistato.

Alasdair Sandford, euronews:
In collegamento da Bruxelles abbiamo Falah Mustafa Bakir, Ministro degli Esteri della regione autonoma curda dell’Iraq, che sta effettuando un tour diplomatico.
Molti governi hanno offerto armi per combattere l’Isis: che cosa state chiedendo in questa fase, e che tipo di risposte ricevete?

Falah Mustafa Bakir:
Grazie, è un piacere parlare con voi. In effetti dobbiamo ringraziare i governi che ci hanno fornito assistenza militare e umanitaria, ma chiediamo che questo supporto venga sostenuto ed ampliato per consentirci di contraccare l’Isis e batterla. Abbiamo fatto qualche avanzata, abbiamo riconquistato del territorio ma per poter continuare ad avere questi risultati ci servono delle operazioni aeree più sostenute, e anche dell’artiglieria pesante. Avete un partner affidabile nel territorio, che ha mostrato al resto del mondo quello che sa fare. Per questo la nostra richiesta agli amici della comunità internazionale è chiara: aiutateci per consentirci di affrontare l’Isis e sconfiggerla.

Alasdair Sandford, euronews:
Le forze curde sono praticamente le uniche sul campo, state facendo voi il lavoro sporco: questo vi va bene?

Falah Mustafa Bakir:
Siamo orgogliosi di combattere per conto del mondo libero contro quest’organizzazione terrorista, ma è chiaro che per raggiungere lo scopo in Iraq abbiamo anche bisogno di più alleati. Per combattere l’Isis, nel lungo termine, ci serve una cooperazione regionale, e anche una cooperazione internazionale. Non si tratta solo di batterli sul campo, militarmente, ma anche in termini di cooperazione investigativa, di spezzare la loro catena di supporto logistico, il finanziamento, il supporto economico di cui godono. Per questo ci servono sostegno e cooperazione dai Paesi della regione e anche dalla comunità internazionale.

Alasdair Sandford, euronews:
Dal vostro punto di vista, la Turchia sta facendo abbastanza?

Falah Mustafa Bakir:
Dobbiamo collaborare, ma è chiaro che la decisione la deve prendere il governo turco, sulla posizione che intende adottare e come. Hanno chiesto dei chiarimenti alla comunità internazionale sull’Isis in Siria, ma penso che stiano valutando seriamente la situazione e noi speriamo che si crei un fronte unito della comunità internazionale e dei governi regionali per affrontare questa situazione.

Alasdair Sandford, euronews:
Si parla di un milione e mezzo di persone che sono arrivate nel Kurdistan per sfuggire alla violenza dell’Isis. In termini di aiuti umanitari, quali sono le richieste ulteriori?

Falah Mustafa Bakir:
Nella nostra regione sono arrivati 250.000 rifugiati siriani, e recentemente altri 10.000 in fuga da Kobani, che hanno attraversato la frontiera con la Turchia e da lì sono venuti in Kurdistan. In più, abbiamo più di un milione di rifugiati iracheni. È una pressione enorme. Siamo grati alle agenzie e ai programmi delle Nazioni Unite, che si sono attivate sul terreno insieme a noi. Siamo soddisfatti delle relazioni che abbiamo con loro. Siamo grati anche alle Organizzazioni Non Governative internazionali che sono venute in aiuto grazie ai contatti con le associazioni umanitarie curde, ma ci servono altri partner. Per prima cosa, vorremmo che il governo federale di Baghdad facesse un passo in più per condividere la responsabilità con noi, poi siamo grati a tutti i donatori, in particolare l’Unione europea, la Commissione europea, che si sono mosse per aiutarci con i rifugiati ma resta una sfida estremamente difficile da affrontare, in particolar modo con l’approssimarsi dell’inverno, con migliaia di persone all’aria aperta, oppure ammassate nelle scuole, o in edifici inadatti. Saremo grati per qualsiasi forma di assistenza che ci provenga dalla comunità europea, per aiutare tutte quelle persone.