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Lingua, motori e leccornie: gli ingredienti dell'identità monegasca

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Lingua, motori e leccornie: gli ingredienti dell'identità monegasca

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Solo un quarto dei 37.000 abitanti di Monaco hanno la nazionalità monegasca. Che cosa li unisce? La sensazione di appartenere alla stessa famiglia. Tre di loro ci raccontano quanto le loro passioni contribuiscano alla costruzione di un’identità monegasca forte. Al passo, se non addirittura in anticipo sui tempi.

Partiamo da Venturi, specialista dell’auto elettrica che rappresenta il Principato al nuovo campionato di Formula Elettrica, iniziato a Pechino a settembre e che a maggio farà tappa proprio a Monaco. Un appuntamento che secondo gli addetti ai lavori non si poteva davvero mancare.

“Avevamo dato vita a un rally di Monte Carlo per le auto ibride ed elettriche e a idrogeno già più di 15 anni fa – ci spiega Michel Ferry, Commissario del GP di Monaco dal 1962 -. Quando la Federazione Internazionale dell’Automobile ha paventato l’ipotesi di un campionato riservato ai veicoli al 100% elettrici, abbiamo quindi subito detto: ci saremo, vogliamo esser presenti”.

All’avanguardia nelle competizioni “100% elettriche”, Venturi risveglia nei monegaschi l’orgoglio di un Principato che da oltre un secolo vive al ritmo delle corse automobilistiche.

“Non si possono ignorare gli sport automobilistici se si è nati a Monaco – ci dice ancora Ferry -. Sono praticamente un must”.

Torniamo ora indietro nel tempo per scoprire i segreti del “barbajuan”: specialità monegasca di cui il panettiere Marc Costa ha fatto il suo cavallo di battaglia.

“Il Barbajuan è la specialità monegasca per eccellenza – ci spiega -. Lo facciamo ancora seguendo la ricetta di famiglia”.

Molto simili ai “barbagiuai” dell’imperiese, i barbajuan sono sempre dei ravoli fritti ma con un ripieno molto particolare.

A illustrarcelo, mentre ancora lavora è Alain Szaflik, responsabile di produzione in una delle otto panetterie Costa: “Ci sono soprattutto foglie di bietola, prosciutto, riso, cipolle, formaggio e uova”.

Chiamato il suo amico Alain, Marc ci porta poi indietro nel tempo per scoprire, grazie a una foto d’epoca, le origini della sua impresa familiare:
“In questa foto – ci dice – sono con mia madre, mio padre, e Alain – che è stato preso nel 1979 quando aveva appena cominciato. Stiamo tutti impastando dei croissant a mano”.

Dai croissant e la panetteria, Marc passa poi a illustrarci altri ingredienti. Quelli che cioè partecipano a forgiare la “specificità monegasca”.

“La specificità monegasca è la continuità, tranquillità. Non ci sono cambiamenti politici, non ci sono cambi di governo. C‘è una sorta di tranquillità diffusa. Tutte le imprese monegasche lavorano sul lunghissimo termine”.

I barbajuan – e la donna che li sta comprando – ci portano a un’altra specialità del luogo: la lingua monegasca di cui Dominique Salvo è un’insegnante.

Molto simile all’italiano nelle sue assonanze, il monegasco è una materia di studio obbligatoria fino ai 12 anni d’età.

“Amo il monegasco, amo questa lingua – ci dice Dominique Salvo -. E amo quello che trasmette. Trovo che sia una lingua deliziosa”.

Una lingua che agli occhi, o meglio, alle orecchie di molti, distingue subito i monegaschi dai loro vicini francesi.

“Basta che la parliate un po’ – ci dice ancora Dominique -, per identificarvi come… ‘gente del posto’. Allo stesso tempo, per gli stranieri, è uno strumento di integrazione”.

Trasmettere il monegasco è però anche secondo anche un modo di tramandare un bagaglio storico e culturale che rimanda all’Italia.

“All’origine era genovese – spiega Dominique Salvo -, ma oggi si parla soltanto qui. Lasciarlo estinguere significa quindi condannarlo a morte. Un popolo perderebbe la sua lingua, e con lei non solo un vocabolario, ma un modo di vivere, di agire, di pensare”.

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