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Proteste a Hong Kong: la Cina sta cambiando politica?

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Proteste a Hong Kong: la Cina sta cambiando politica?

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All’indomani della protesta per la democrazia scoppiata a Hong Kong, Pechino aveva avvisato: la questione è un affare interno.

Di fronte ai sit-in oceanici nel distretto finanziario dell’isola, la Cina ha ordinato al governatore Leung di non usare la forza e di lasciar morire di “morte naturale” le proteste.

Una tattica che ha svuotato le piazze e ha riportato il controllo della situzione nelle mani del governo che oggi detta le condizioni: l’amministrazione di Hong Kong ha annullato i negoziati con gli studenti, dopo che i leader delle proteste hanno chiesto ai cittadini di radunarsi prima dell’incontro previsto per questo venerdì.

La regione amministrativa speciale della Cina è stata un protettorato britannico fino al 1997. È tornata sotto la bandiera di Pechino al termine di una cessione durata 99 anni. Fu la Cina stessa a promettere la formula un ‘Paese, due sistemi’. Una formula che non si è evoluta, perché nel 2017 si voteranno solo i candidati governatori indicati da Pechino.

Hong Kong è vitale per l’economia cinese e il presidente Xi Jinping vuole un controllo diretto sull’isola. La settimana scorsa il capo dello Stato cinese ha ricevuto 70 magnati miliardari per delinerare il futuro di Hong Kong. Tra loro c’era anche Henry Tang, lo sfidante di Leung nel 2012.

Il modo in cui la Cina ha gestito le recenti proteste a Hong Kong ha sollevato interrogativi sulla gestione politica del presidente Xi Jinping. Euronews ha interpellato Robert Laurence Kuhn, scrittore ed esperto di questioni cinesi.

Nial O’Reilly, euronews: Abbiamo assistito a un scelta quasi di ‘‘non intervento’‘ rispetto alle proteste di Hong Kong da parte del governo di Pechino, una gestione completamente diversa dal mondo in cui l’autorità centrale ha affrontato le precedenti sfide. Siamo di fronte a una nuova filosofia di leadership da Xi Jinping o questo è un evento isolato?

Robert Laurence Kuhn: “Come prima cosa bisogna capire che il concetto di ‘‘un Paese, due sistemi’‘ è la legge fondamentale che governa Hong Kong, Macao e, nelle speranze della Cina, anche Taiwan in futuro. Questione che va presa molto seriamente. Le proteste a Hong Kong non cambiano nulla dal punto di vista di Pechino. Questo non significa che Pechino è totalmente indifferente alle proteste, c‘è molta preoccupazione rispetto a quello che sta accedendo. Non vedrete autorizzate per lungo tempo manifestazioni del genere in Cina, questo è certo, ma il fatto che sia stata lasciata a Hong Kong, nella sua giurisdizione, la possibilità di decidere non si traduce in un cambiamento nella politica del governo.’‘

Nial O’Reilly, euronews: I candidati delle elezioni devono essere approvati da una commissione nominata da Pechino. Perché questa scelta sapendo la reazione di rabbia che avrebbe provocato?

Robert Laurence Kuhn: “Non sano d’accordo sul fatto che questa decisione avrebbe certamente provocato una reazione di rabbia. Bisogna non fare confusione e tornare alla legge fondamentale, alla Costituzione per capirne il funzionamento. Quello che è successo è una novità storica. Quando Hong Kong era una colonia britannica, ed amministrata da un governatore britannico, non c’era una democrazia di stile occidentale. È un processo in evoluzione. Pechino non può permettere a Hong Kong di rompere e liberarsi perché è sotto l’autorità cinese. Facendo così il governo centrale intende rispettare il concetto di ‘‘un Paese, due sistemi’‘ che, per lungo tempo, ha funzionato bene.’‘

Nial O’Reilly, euronews: Lei parla di un processo in evoluzione ma questa impasse non è ancora stata superata. C‘è qualche possibilità che il governo centrale faccia qualche concessione ai manifestanti sulla questione delle nomine alle elezioni?

Robert Laurence Kuhn: ‘‘La risposta è semplice: no. Non credo che ci sia alcuna possibilità che il governo centrale permetta a Hong Kong, in virtù delle proteste, di fare dei cambiamenti. Sono due le questioni che si pongono: la prima, la principale, riguarda l’elezione del capo dell’esecutivo di Hong Kong che può essere qualcuno in disaccordo con Pechino, con il fatto che i candidati delle elezioni devono essere approvati da una commissione nominata dal governo centrale. Non credo che la Cina voglia creare un precedente del genere, una protesta di piazza che ha portato a delle modifiche. Le domande sono due. La risposta è la stessa: no.’‘