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Hong Kong divisa nella battaglia per la democrazia

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Hong Kong divisa nella battaglia per la democrazia

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Suffragio universale, ma solo sulla carta. Gli attivisti democratici di Hong Kong non hanno digerito l’ultima decisione del governo cinese: e lo hanno fatto capire con una manifestazione di protesta davanti all’hotel in cui alloggiava l’inviato di Pechino. I 19 fermati sono stati poi rilasciati. La rabbia però non si è spenta.

Li Fei, vice segretario generale del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, era venuto per spiegare la riforma che dovrebbe entrare in vigore a Hong Kong nel 2017. Si tratta dell’elezione diretta del capo dell’esecutivo. Peccato che quest’ultimo dovrà essere scelto tra una ristretta rosa di candidati approvati da una commissione fedele a Pechino.

Una beffa, secondo l’opposizione, che rinfaccia alla Cina di violare l’autonomia di questa regione amministrativa speciale. “Il regime cinese sta facendo di tutto per rimangiarsi la promessa che aveva fatto a Hong Kong: un Paese e due sistemi – afferma Leung Kwok-Hung, membro del Consiglio legislativo – Suffragio universale significa che non ci devono essere censure preventive dei candidati”.

Per entrare in vigore, la riforma, approvata domenica dal Parlamento cinese, dovrà essere ratificata da due terzi dei membri del Consiglio legislativo di Hong Kong. In questa sede, l’opposizione detiene oltre un terzo dei settanta seggi.

Nel tentativo di evitare spaccature, sulla questione è intervenuto anche l’attuale capo dell’esecutivo, Leung Chun-ying: “Questa decisione – ha detto – non intende escludere dalle elezioni alcuni cittadini di Hong Kong o impedire ai membri di alcune fazioni politiche di guidare l’esecutivo”.

Se la riforma non passasse, nel 2017 si voterebbe con la legge attuale, che non prevede l’elezione diretta dei candidati. A Hong Kong l’opinione pubblica è divisa e gli attivisti per la democrazia hanno lanciato una campagna di disobbedienza civile, minacciando di bloccare il distretto finanziario.