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Beslan: sopravvissuto "un lampo nero nella memoria, torno quando sono solo"

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Beslan: sopravvissuto "un lampo nero nella memoria, torno quando sono solo"

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Ossezia del Nord, primo settembre del 2004. Gli alunni di Beslan e di tutta la Russia tornano a scuola. Quel giorno di festa si trasformerà in un incubo. Alle 9.30, approfittando della folla, un commando di 32 persone armate invade la scuola. 1300 persone sono prese in ostaggio: genitori, insegnanti e studenti tra i 7 e i 18 anni. Quegli uomini chiedono il riconoscimento dell’indipendenza cecena e il ritiro delle forze russe. Cinquanta ostaggi riescono a fuggire.

Per gli altri saranno tre giorni di inferno. Vengono raggruppati in palestra sotto la minaccia degli esplosivi. Il caldo è soffocante. Manca l’acqua. Il commando rifiuta di far consegnare all’interno acqua e cibo. Solo più tardi si verrà a sapere che i bambini sono stati costretti a bere la propria urina. I prigionieri devono anche subire la vista dei corpi delle 20 persone uccise durante l’irruzione.

Il 3 settembre fallisce l’ultimo tentativo di negoziato e si dà il via all’assalto delle teste di cuoio dell’esercito russo.

Il mondo lo segue in diretta e comprende l’orrore. Sono, probabilmente, le immagini più angoscinanti della storia. Bambini in biancheria intima, storditi, assetati, feriti, persi, che fuggono dall’incubo in cui erano prigionieri. Alle tre del pomeriggio, dopo due ore di scontri a fuoco e di confusione totale, la palestra dove sono trattenuti gli ostaggi viene distrutta.

Ci sono 344 cadaveri sotto le macerie. 331 sono civili. Tra loro 186 bambini, la maggior parte fucilati o bruciati vivi. La tragedia ha lasciato anche 126 invalidi, tra i quali 70 minori.

L’inizio dell’anno scolastico a Beslan è stato spostato al 5 settembre e il cimitero cittadino è stato denominato la ‘citta’ degli angeli’.

Ma 10 anni dopo, le madri di Beslan sono ancora in attesa che sia fatta luce su vari aspetti della vicenda :dall’opacità operativa della cellula di crisi, alla responsabilità delle due esplosioni che fecero scattare il blitz delle forze speciali russe. Dalla presunta fuga di alcuni componenti del commando ceceno alla totale disorganizzazione dei soccorsi.

Il primo settembre del 2004, Soslan Kokaev aveva 14 anni. Lui e gli altri ragazzini di Beslan quel giorno erano nella scuola del massacro. Ora vive a Mosca e ha accettato di condividere i ricordi di quei momenti. Soslan cosa accadde?

Soslan Kokaev: Come sapete, tutto ebbe inizio il primo settembre. Durante le prime ore della mattina tutto era tranquillo. Incontrai alcuni amici, attendavamo con ansia di trascorrere un giorno di festa, come capitava di solito al rientro. Improvvisamente, udimmo degli spari. In un primo momento, nessuno prestò attenzione, pensando che fossero fuochi d’artificio o palloncini esplosi. Ma poi due gruppi circondarono la scuola, erano uomini armati in tuta mimetica, la maggior parte di loro con la barba. Fu subito chiaro che non si trattava di una festa. A metà giornata ci radunarono tutti in palestra. Dopo iniziò quello che è stato mostrato in televisione e che probabilmente avete visto. Hanno infranto le finestre e collocato ordigni lungo il perimetro della stanza. Per farci capire cosa stesse accadendo, hanno ucciso due uomini nel centro della sala.

euronews: Cosa vi dicevano i terroristi? E come si comportavano con voi?

Soslan Kokaev: Erano aggressivi e violenti. Gridavano, bestemmiavano, sparavano in aria e ci maltrattavano. Quell’atteggiamento mirava a sottometterci in modo da evitare qualsiasi interferenza nei loro piani.

euronews: Come e quando è riuscito a fuggire?

Soslan Kokaev: La mattina del 3 settembre la situazione mi era molto chiara, ma non ero pronto per tentare la fuga. Improvvisamente, ci fu la prima esplosione. Molte persone intorno a me, quasi tutte, rimasero stordite. Polvere e cenere erano ovunque. Istintivamente mi diressi verso la finestra che l’esplosione aveva mandato in frantumi. Quando raggiunsi il davanzale arrivò la seconda esplosione. Feci un volo di 5 metri e mi trovai fuori. Corsi via.

euronews: Che cosa è successo dopo la fuga?

Soslan Kokaev: Ero spaventato. Non riuscivo a farmi passare l’ansia. Forse perché ero troppo giovane. Due settimane più tardi ricordavo tutto come un episodio normale: un lampo nero molto intenso sul percorso della mia vita.

euronews: Quegli avvenimenti, quei tragici giorni, hanno cambiato la tua vita?

Soslan Kokaev: Sono cresciuto in fretta. Osservo in maniera differente tutti gli eventi che seguo in tv e tutto ciò che circonda le nostre vite. Ma dopo quello che è accaduto a Beslan ho avuto anche l’opportunità di studiare nella scuola fondata da Mikhail Khodorkovsky. È un ente di beneficenza.

euronews: Non torna mai a Beslan?

Soslan Kokaev: Sì, torno a casa due volte l’anno. Al momento sto studiando all’Università Statale per la gestione della pubblica amministrazione e lavoro per l’amministrazione dell’Ossezia del Nord che dipende dalla presidenza russa. Ma in questi 10 anni ho sempre fatto regolarmente visita alla mia famiglia.

euronews: Le capita di tornare nella scuola?

Soslan Kokaev: Sì, ma cerco di andarci da solo e non durante il periodo dal primo al tre settembre. Mi sento più tranquillo se sono lì da solo.