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Referendum scozzese, i timori dei produttori di Scotch

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Referendum scozzese, i timori dei produttori di Scotch

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Il referendum per l’indipendenza si avvicina e nelle distillerie della Scozia, simbolo di un’industria del whisky da oltre 5 miliardi di euro, serpeggia l’incertezza.

Pur senza prendere posizione nella battaglia tra il fronte del “Si” e del “No”, i produttori temono l’impatto di un’eventuale secessione dal Regno Unito.

Tanti i dubbi che rimangono a proposito di nodi come, ad esempio, la valuta da adottare e la permanenza nell’Unione Europea.

“Quello del whisky è un settore che si basa su dinamiche di lunghissimo periodo”, spiega Carl Reavey, dirigente della storica distilleria Bruichladdich sull’isola di Islay.

“Ai programmi di investimento servono decenni per arrivare a buon fine e le aziende devono essere in grado di fare piani commercialmente solidi, viste le implicazioni di questo genere di tempistiche”, conclude.

Il problema non tocca solo l’arcipelago delle Ebridi: l’industria dà lavoro a 35 mila persone nel Paese.

Nove bottiglie su dieci del pregiato liquore vengono esportate, il che spinge la Scotch Whisky Association a preoccuparsi delle future ricadute internazionali.

“Come sarà promosso all’estero lo Scotch?”, si chiede il portavoce David Williams. “Il governo scozzese parla di quasi 90 ambasciate in tutto il mondo. Oggi abbiamo ambasciate attraverso il Regno Unito in più di 150 mercati, che fanno un gran lavoro nel sostenerci”.

In altri settori c‘è chi si dice pronto a lasciare i campi d’orzo scozzesi per rilocalizzarsi in Inghilterra. Per le distillerie questa non è un’opzione, considerando che è proprio la terra a distinguere un whisky qualunque da uno Scotch.