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Erdogan, il candidato che ha fatto tesoro delle sconfitte

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Erdogan, il candidato che ha fatto tesoro delle sconfitte

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Saldamente al potere da dodici anni, il primo ministro turco ha scommesso di diventare il primo presidente della Repubblica eletto a suffragio universale in Turchia.

Recep Tayyip Erdogan nasce nel 1954 a Rize, sulle coste del Mar Nero. A tredici anni si trasferisce insieme ai genitori a Istanbul, dove insegue il sogno di diventare calciatore. Gli scarsi mezzi di cui dispone la sua famiglia lo obbligano a lavorare per pagarsi gli studi: prima in un liceo religioso, poi all’Università di Marmara. Il tutto, senza mai rinunciare al calcio, che all’epoca resta la sua passione principale.

All’Università, incontra Necmettin Erbakan, uomo politico di riferimento nell’area conservatrice. E’ lui che risveglia in Erdogan l’interesse per la politica.

Un percorso interrotto dal colpo di Stato del 1980, ma solo temporaneamente. Tre anni più tardi, Erdogan è tra i fondatori di una nuova forza conservatrice, il Partito della Prosperità, sotto la cui insegna diventa sindaco di Istanbul nel 1994, ad appena 40 anni. Durante il suo mandato, dà risposte concrete ad alcuni problemi cronici della città più popolosa della Turchia.

Nel 1997, finisce nei guai con la giustizia a causa della lettura di un poema: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”.

Accusato di aver esposto propositi eversivi, è condannato a scontare quattro mesi di carcere. Un incidente di percorso che non gli preclude un ritorno in grande stile. Nell’agosto 2001, è tra i co-fondatori dell’AKP, il Partito per lo Sviluppo e la Giustizia.

Nell’ambiente politico, ha la fama di non darsi mai per vinto. “Uno dei suoi principi ispiratori – afferma Hüseyin Besli – Erdogan lo ha ricordato di recente: la vittoria diventa sempre più grande, sconfitta dopo sconfitta. E’ una massima che sintetizza la sua carriera politica. E’ un uomo forgiato dalle sconfitte. Ha una fede incrollabile nella propria capacità di rialzarsi, di trovare una via d’uscita. Non smette mai di lottare e di cercare. Il suo comportamento in politica e tutto il suo stile sono ispirati a queste convinzioni.

L’AKP vince le elezioni legislative nel 2002, ma un regolamento impedisce a Erdogan di entrare in Parlamento. Il partito si affretta a varare le modifiche necessarie e, dopo soli quattro mesi, Erdogan viene rieletto deputato. Subito dopo, sostituisce l’amico Abdullah Gul alla carica di primo ministro. Da allora, accumula tre mandati consecutivi, mentre il suo partito vede aumentare costantemente il proprio consenso elettorale.

Il motivo di questo gradimento è da ricercarsi nel successo della politica economica. Sotto la guida di Erdogan, l’inflazione in Turchia scende intorno al 10%, la lira turca si rafforza e il Paese riesce a ripagare tutti i debiti contratti con il Fondo monetario internazionale.

In politica estera, il bilancio è più sfumato. La Turchia inizia il processo di adesione all’Unione europea, ma gli ostacoli sul percorso risultano fin da subito numerosi.

In compenso, Erdogan vede elevarsi il proprio status tra i leader dei Paesi arabi quando nel 2009, a Davos, di fronte al presidente israeliano Shimon Peres, critica la politica dello Stato Ebraico in Medio Oriente.

La vittoria al referendum del 2010 non è che una formalità. Il 58% degli elettori gli dà mandato per varare importanti riforme costituzionali. E’ un passaggio che l’Akp attendeva da tempo.

Il vento inizia a cambiare nel 2013. Piazza Taksim, nel centro di Istanbul, è interessata da un progetto edilizio che prevede di smantellare il parco Gezi. Contro questa decisione si mobilitano decine di migliaia di attivisti, prima a Istanbul, poi anche nelle altre grandi città del Paese. La violenta repressione della polizia suscita critiche dentro e fuori la Turchia.

A questo si aggiunge il conflitto tra il Partito di Erdogan e la confraternita islamica del predicatore Fetullah Gulen, accusato di avere costituito una struttura parallela negli organi dello Stato. Le inchieste anti-corruzione colpiscono diversi dirigenti dell’AKP, vicinissimi a Erdogan, che reagisce scatenando una caccia alle streghe contro gli oppositori, nella polizia e nella magistratura.

Da questo scontro istituzionale, il premier esce indebolito, ma la vittoria alle elezioni municipali del 31 marzo scorso conferma la solidità della sua leadership.