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Default argentino, gli esperti rassicurano: non è come nel 2001

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Default argentino, gli esperti rassicurano: non è come nel 2001

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La consapevolezza di ritrovarsi ancora, dopo 12 anni, all’ombra di un default non ha fermato i sostenitori della presidente Cristina Kirchner. “O l’Argentina o gli avvoltoi: la patria non è negoziabile”, dicono i loro cartelli.

Eppure, per quanto imputabile sia al braccio di ferro nei tribunali americani, il nuovo “passo falso” di Buenos Aires arriva davvero al momento sbagliato.

Il crollo di inizio anno del peso argentino, accompagnato da rialzi nei tassi, ha dato il colpo di grazia alla crescita: l’economia è entrata ufficialmente in recessione con un -0,8% nel primo trimestre.

L’impatto sull’inflazione (già tradizionalmente alta nel Paese sudamericano nel periodo post-ristrutturazioni) non si è fatto attendere.

Le previsioni, già prima dell’eventuale default, parlavano di una crescita dei prezzi oltre il 34% e di una decrescita dell’1,5% quest’anno.

Figuriamoci, poi, dopo il default: se Buenos Aires non troverà una soluzione la contrazione raggiungerà il 4,5% mentre l’inflazione toccherà addirittura il 40%.

Gli esperti, ad ogni modo, invitano alla cautela. Nel 2001 la bancarotta dell’Argentina precipitò il Paese nel caos, spingendo migliaia di persone a prendere d’assalto le banche. Stavolta il governo di Buenos Aires non ha nemmeno ammesso il default.

Sottolinea di essere solvente, ma di non poter pagare le scadenze sui bond ristrutturati a causa del blocco imposto dalla sentenza statunitense che ha dato ragione ai fondi “dissidenti”.

Magra consolazione per l’economia, che si ritroverà con le linee di credito prosciugate, i rubinetti degli investimenti chiusi e il cambio sempre più svantaggioso.

Per approfondire la situazione, Euronews ha raggiunto a Buenos Aires l’economista Rafael Di Giorno di Proficio Investment, ex analista della Banca centrale Argentina ed ex vicepresidente per l’America Latina della filiale newyorkese di Deutsche Bank.

Vicenç Batalla, Euronews: “Cattive notizie per l’Argentina, che non è riuscita a trovare un accordo con i “fondi avvoltoio” statunitensi entro la mezzanotte di mercoledì. Il governo dice di non essere in default. Qual è la realtà della situazione?”

Rafael Di Giorno: “La realtà è che le agenzie di rating lo considerano un default a tutti gli effetti, dato che i detentori di titoli ristrutturati non hanno ricevuto i soldi del pagamento delle cedole. Però non è un default ‘classico’, nel senso che l’Argentina è solvente. Il denaro è stato effettivamente trasferito alle banche statunitensi. Però, rimane vigente il blocco imposto dal giudice statunitense che gli impedisce di arrivare ai detentori di bond”.

Euronews: “Si dice che le banche private argentine finiranno per comprare il debito detenuto dai due fondi statunitensi. Operazione concordata con il governo di Cristina Fernández o indipendente?”

Rafael Di Giorno: “Secondo la versione ufficiale, il governo non può, per principio, continuare i negoziati con i fondi ‘dissidenti’. Quindi fa molta attenzione a non apparire nei documenti dei negoziati. In apparenza questa iniziativa è del settore privato, dell’Adeba, che è l’associazione che raggruppa le banche locali in Argentina. Queste hanno cercato di arrivare a un accordo con gli obbligazionisti “dissidenti” proponendo loro di mettere del denaro a garanzia fino alla fine dell’anno. Cioè quando cadranno le clausole che impediscono all’Argentina di negoziare con i fondi avvoltoio. Se i fondi avvoltoio accettano, ci sarà una sorta di ‘ponte’ fino alla fine dell’anno. In tal caso, sì, l’Argentina potrà negoziare direttamente con i fondi avvoltoio”.

Euronews: “Gli investitori ora scapperanno dall’Argentina? La recessione peggiorerà e la popolazione soffrirà come durante la bancarotta del 2001?”

Rafael Di Giorno: “No, la bancarotta del 2001 fu un avvenimento gravissimo per molti altri fattori. All’epoca il Prodotto interno lordo argentino crollò di circa l’11%. Fu un colpo davvero brutale. Quest’anno tutte le proiezioni indicano uno scenario recessivo. Però, pressapoco, tra l’1% e il 2%. È uno scenario molto più benigno. Si tratta di un default più tecnico che non altro. L’Argentina è solvente, anche se ha un problema legale che le impedisce di pagare. È chiaro che bisognerà finire di risolvere il problema del default del 2001 per andare avanti. Però non ci sarà una grande fuga di capitali perché di fatto negli ultimi anni non sono entrati molti capitali nel Paese. I problemi ci saranno invece in termini di finanziamento di grandi progetti. Come il giacimento di scisto di Vaca Muerta dell’azienda petrolifera YPF, che ha predisposto un progetto enorme e necessita di capitali esterni”.

Euronews: “Quindi non ci saranno problemi né in America né in Europa a causa del caso argentino?”

Rafael Di Giorno: “No, io credo che non ci saranno effetti di contagio negli altri Paesi, perché non è un default nel senso di una crisi nella bilancia dei pagamenti o di un prosciugamento delle riserve di dollari. In quel caso ci sarebbe molto più contagio per l’impatto sulla moneta. Però non credo che questo sia il caso attuale”.