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Stati Uniti, cardine ambiguo del Medio Oriente

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Stati Uniti, cardine ambiguo del Medio Oriente

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Rispetto ai notevoli sforzi fatti nel 2012 dall’allora segretario di Stato Hillary Clinton per negoziare un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, la diplomazia della Casa Bianca oggi sembra aver perso interesse e influenza nei colloqui di pace in Medio Oriente.

L’amministrazione Obama reputa inutile la sua intercessione?

Secondo Elliott Abrams, assistente speciale per gli affari del Medio Oriente dell’ex presidente George W Bush, l’atteggiamento è comune anche nelle realtà arabe: nessuna contestazione contro Israele e nessuna pressione su Washington “per fermare Israele”.

Elliott Abrams, assistente speciale per gli affari del Medio Oriente dell’ex presidente George W Bush: “Negli ultimi anni abbiamo visto la pressione araba sugli Stati Uniti incoraggiare: ‘Dovete fermare Israele’. Oggi questa voce non c‘è”.

Abrams crede che nel corso degli anni, l’amministrazione Obama abbia perso il suo potere persuasivo su israeliani e palestinesi, rendendo difficile qualsiasi ruolo come mediatore.

Elliott Abrams: “Gli Stati Uniti non godono di molta credibilità, attualmente. Ed è chiaro che le relazioni israelo-americane non sono al loro massimo storico. Non abbiamo alcuna influenza su Hamas. Gli egiziani stanno facendo da soli e, oggi, direi che sono loro i veri vincitori rispetto al cessate il fuoco. Nessun gran rapporto con il Qatar. Quindi l’influenza americana è limitata”.

L’amministrazione Obama sembra intenzionata a non interferire come prima nelle questioni interne. Ma non senza ripercussioni.

Michael O’Hanlon, direttore del programma di ricerca sulla politica estera presso la Brookings Institution, dice che aleggia molta frustrazione a Washington per l’incapacità delle amministrazioni di gestire le relazioni: “Dovremmo continuare a mantenere un buon dialogo di mediazione con entrambi i territori, solo per confermare che ci siamo e che, se la situazione dovesse cambiare ulteriormente, noi saremo pronti a un nuovo confronto. Ma, credo anche che non dobbiamo pensarci troppo, anche dopo la tregua del cessate il fuoco”.

O’Hanlon sottolinea poi l’importanza del compresso nelle relazioni: “Se Israele pensa che sarà per sempre il nostro amico speciale, che non importa come si comporterà, non importa come si svilupperà la situazione, non importa quale visione avrà dei palestinesi come potenziali cittadini di second’ordine, credo che si sbagli. Forse dovrebbe ascoltare l’opinione della gente americana, che crede che affinchè questo rapporto speciale continui a essere intenso e vicino, Israele debba scendere a qualche compromesso in piú”.

L’amministrazione Obama, quindi, sembra consapevole di non poter ottenere risultati diversi rispetto a manovre prevedibili.

Il nostro corrispondente a Washington, Stefan Grobe: “Per diversi anni gli Stati Uniti si sono impegnati nel raggiungere un accordo di pace fra palestinesi e istraeliani. Il risultato? Magro, per dirla educatamente. Oggi, delusione e indifferenza la fanno da padrone anche a Washington. Israeliani e palestinesi dovrebbero esserne preoccupati”.