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Il caso Banco Espírito Santo tra disinformazione e scatole cinesi

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Il caso Banco Espírito Santo tra disinformazione e scatole cinesi

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Lo spettro della crisi bancaria torna ad infestare la fragile ripresa del Portogallo. Epicentro della tempesta: Banco Espírito Santo, istituto fino ad oggi considerato uno dei più solidi del Paese.

Giovedì i suoi titoli sono sprofondati del 17% dopo che le paure per un mancato pagamento sulle obbligazioni da parte del gruppo di controllo hanno contagiato anche la banca. L’effetto domino ha subito fatto schizzare anche i rendimenti dei titoli portoghesi.

“Una cosa sono le attività della famiglia Espírito Santo, un’altra è la banca”, ha sottolineato il primo ministro Passos Coelho. “Ed è molto importante che gli investitori portoghesi e stranieri capiscano chiaramente questa differenza e rimangano calmi riguardo alla situazione della banca”, ha aggiunto.

Questo venerdì l’istituto è intervenuto per fare chiarezza con un’informativa ai regolatori. Dice di avere un “cuscinetto” di 2,1 miliardi di euro, più che sufficiente per coprire la sua esposizione da 1,18 miliardi sulle controllate del gruppo ed eventualmente anche quella dei clienti.

Missione parzialmente compiuta: il rosso in Borsa si ridotto in chiusura di settimana. Non si può dire, comunque, che la struttura a scatole cinesi della proprietà abbia aiutato la causa della chiarezza.

Il maggior azionista di Banco Espírito Santo (con il 25%) è Espirito Santo Financial Group, posseduto al 49% da Espirito Santo Irmaos, di proprietà di Rioforte Investments, che a sua volta appartiene a Espirito Santo International, la holding con sede in Lussemburgo che ha mancato i pagamenti.

Il mese scorso, ad ogni modo, la presa degli Espírito Santo sulla banca si era allentata: dopo l’emissione da un miliardo di euro di diritti la famiglia ha perso il controllo, cosa che ha portato alle dimissioni da numero uno di Ricardo Espirito Santo Salgado.