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Le sfide dell'Egitto a un anno dalla deposizione di Morsi

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Le sfide dell'Egitto a un anno dalla deposizione di Morsi

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Un anno fa, l’Egitto era percorso dalle più imponenti manifestazioni di protesta della sua storia: più ancora che durante la rivoluzione del 2011 che aveva condotto alla fine dell’era Mubarak. Quella rivolta era animata dalla speranza di un Egitto più democratico. Ma le cose sono andate diversamente.

Oggi, i militari occupano nuovamente la stanza dei bottoni. Il generale Al Sisi, smessa la divisa, è stato eletto presidente sfiorando il 97% dei consensi. L’opposizione, tenuta ai margini o messa al bando, non ha avuto altra scelta che boicottare il voto.

Eppure, quando gli elettori egiziani sono stati liberi di esprimersi, è ai Fratelli musulmani che hanno dato fiducia. Nel 2012, Mohamed Morsi diventa il primo presidente eletto e il primo civile a ricoprire quella carica in Egitto. Ma Morsi si rivela autoritario, incapace di unire. E le piazze tornano a riempirsi.

Un anno più tardi, Morsi è deposto dalle forze armate. Insieme a centinaia di membri della Confraternita, è arrestato e messo sotto processo. I suoi sostenitori denunciano un colpo di Stato, condotto allo scopo di sovvertire la volontà popolare.

Ma la repressione lanciata da esercito e polizia è durissima: in un anno, i morti sono 1.400, 15mila gli arrestati, 683 le condanne alla pena capitale. Sentenze confermate, di recente, per 183 imputati, tra i quali la guida spirituale della Fratellanza, Mohamed Badie. Al Sisi, che sotto Mubarak era a capo dell’intelligence militare, si presenta come garante della stabilità.

Un anno dopo, il generale è ancora considerato da molti come l’uomo forte di cui il Paese aveva bisogno per lasciarsi alle spalle una crisi interminabile. Ma non è riuscito a ripristinare la pace sociale, che appare lontana.

Bilancio in rosso anche sul fronte delle libertà fondamentali. Tre giornalisti di Al Jazeera e diversi loro colleghi arrestati a dicembre ricevono condanne da sette a undici anni di carcere. Sentenze che suonano come un avvertimento.

Sebbene al Sisi diriga il Paese con il pugno di ferro, più ancora di quanto non facesse Mubarak, può far valere il progetto di rilanciare l’economia. Anni di rivolte hanno avvicinato L’Egitto al baratro finanziario, privandolo di una risorsa preziosa: il turismo.

Il corrispondente di euronews al Cairo, Mohammed ShaikhIbrahim, ha intervistato l’analista politico Bashir Abdel Fattah, a un anno dalla deposizione di Morsi.

Mohammed ShaikhIbrahim, euronews: Come spiega i fatti del 3 luglio dell’anno scorso?

Bashir Abdel Fattah: Ciò che è accaduto non è una rivoluzione e nemmeno un colpo di Stato. Una rivoluzione dura ben più di alcune ore e ha l’effetto di cambiare la struttura politica e sociale di un Paese, così come la distribuzione della ricchezza. In Egitto, tutto questo non c‘è stato. E non c‘è stato nemmeno un golpe perché un colpo di Stato militare nasce all’interno di un regime politico con l’obiettivo di cambiare i vertici del regime. L’esercito egiziano è intervenuto per deporre il presidente eletto perché quel presidente aveva respinto i meccanismi democratici e continuava ad aggrapparsi alla legittimità che gli derivava dalle urne. Quindi non c’era altro modo di liberarsi di lui con mezzi pacifici. La gente ha manifestato, ha reclamato elezioni presidenziali anticipate, ma il presidente non ha ascoltato. A quel punto, il Paese avrebbe potuto precipitare in una guerra civile tra sostenitori e oppositori di Morsi; invece è l’esercito che è intervenuto per prendere una decisione, contando sul monopolio dell’uso della forza.

Euronews: Quali sono stati i principali progressi nell’ultimo anno e quali i fallimenti più rilevanti?

Bashir Abdel Fattah: I passi avanti più importanti sono la restaurazione dello Stato nazionale dell’Egitto e il fatto che le forze armate abbiano preservato la loro unità. In effetti, era il concetto di Stato a essere in pericolo perché i Fratelli musulmani, quando erano al potere, parlavano di nazione, intesa come califfato, e non di Stato nazionale. Il secondo successo è che le forze armate non siano state trascinate in conflitti regionali o di natura politica che avrebbero finito per delegittimarle. Quanto agli aspetti negativi, il maggiore è la mancanza di un consenso a livello nazionale: in Egitto c‘è una crisi di sfiducia. Per usare le parole di Francis Fukuyama, possiamo dire che “una società non può svilupparsi a livello politico e democratico senza che ci sia fiducia tra le diverse comunità e i diversi strati sociali”. Oggi in Egitto mancano sia la fiducia che il consenso a livello nazionale. Inoltre, ci si interroga sul rispetto delle libertà fondamentali, come la tolleranza di opioni diverse in seno alla società. Viviamo insomma in una fase di estrema confusione.

euronews: Come vede il futuro dei Fratelli musulmani in Egitto, dopo che la confraternita è stata messa al bando per legge?

Bashir Abdel Fattah: Penso che il futuro ci riserverà delle sorprese, come la riconciliazione tra la seconda o la terza generazione dei Fratelli musulmani e lo Stato egiziano. Grazie a questa riconciliazione, la Fratellanza sarà chiamata a fare delle concessioni, a rivedere le proprie rivendicazioni, come il ritorno di Morsi, del Parlamento e della Costituzione. Credo che finirà per rinunciare, ma dovrà anche fare autocritica, come l’hanno fatta in passato organizzazioni quali la Jemaah Islamiyah e la Jihad islamica. I Fratelli musulmani dovranno scusarsi per ciò che hanno fatto e accettare gli eventi del 3 luglio. E credo che l’Occidente, che vuole integrare nuovamente la Fratellanza nel processo politico, avrà un ruolo cruciale in questa mediazione.