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L'altra faccia del caos iracheno: "Al-Maliki ne approfitterà"

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L'altra faccia del caos iracheno: "Al-Maliki ne approfitterà"

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Dallo stato di grazia all’indomani delle elezioni a quello d’emergenza, invocato negli ultimi giorni. La parabola a cui il premier iracheno Nuri Al-Maliki è stato costretto dall’avanzata jihadista veste di paradosso la vittoria cantata a fine aprile.

“Ritengo che la partecipazione a queste elezioni sia uno schiaffo ai terroristi che volevano impedire lo svolgimento del voto – diceva allora Al-Maliki -. Le loro azioni violente sono state contrastate con efficacia dalle forze di sicurezza, dalla stessa politica e dalle tribù”.

Poco più di due mesi dopo, lo schiaffo gli torna indietro con gli interessi e lo costringe a chiedere aiuto alla comunità internazionale.

Con la presa di Mosul, seconda città irachena e vitale polo economico del paese, i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante inviano un segnale inequivocabile: la conquista di Falluja a dicembre era soltanto l’inizio. Il progetto resta quello di istituire uno stato islamico transnazionale governato dalla sharia.

Le mire dei jihadisti riguardano anche il Libano, la Giordania e la vicina Siria. Dall’inizio della sollevazione contro Bashar Al Assad, il gruppo ha qui consolidato le sue posizioni. I convulsi sviluppi di questi giorni dimostrano però come sia sempre più forte e radicato anche sul territorio iracheno.

A cadere è stata anche la provincia petrolifera di Baiji: ultimo tassello di un domino che sembra delineare il tentativo jihadista di assumere il controllo delle risorse economiche del Paese, infiammando così anche altre regioni.

“Credo che la caduta di Mosul sia da considerarsi ancora più pericolosa di quella di Fallujah – commenta l’analista Jumaa al-Atwan -. La provincia di Nineveh confina infatti con diverse altre e fra queste ci sono a nord il Kurdistan iracheno e a sud la regione di Saleheddin e Kirkuk, che a loro volta potrebbero rivelarsi focolai di violenza. E questo sarebbe molto pericoloso”.

Nato nel 2006 sulla scia del forte risentimento anti-americano, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante prolifera all’ombra dei riflettori, per poi rialzare con prepotenza la testa dopo il ritiro statunitense del 2011.

Il concomitante scoppio della sollevazione contro Bashar Al Assad ingrossa allora i ranghi del gruppo, che stringe rapporti strategici oltre-frontiera e approfitta del caotico scenario per cominciare a radicarsi nella vicina Siria.

Rinvigoriti dalla campagna reclutamenti internazionale, i jihadisti si avvicinano ora in Iraq ai centri del potere. E dopo aver conquistato vitali snodi economici, riducono le distanze con la capitale, Baghdad.

Per parlare di tutto questo, euronews ha intervistato Hasni Abidi, analista politico e direttore del Cermam, Centro di Ricerca sul Mondo Arabo e Mediterraneo, con sede a Ginevra.

Hassan Daleen, euronews
“Come spiega la caduta della città di Mosul nel giro di poche ore e con una resistenza così debole da parte delle forze regolari irachene?”.

Hasni Abidi, CERMAM
“Si tratta di un’operazione senza precedenti nella storia dei gruppi jihadisti. E questo è tanto più vero per lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, che esiste solo dal 2006. Il gruppo è riuscito con successo nella presa di Mosul, nonostante l’Iraq disponga di circa un milione di uomini, tra polizia, esercito e altre forze di sicurezza. Vi si preparavano da molto tempo, ma ciò non toglie che sorgono numerosi interrogativi sulla sicurezza e su come viene amministrata a livello politico. Certo è che i jihadisti stanno sfruttando l’attuale crisi politica e il vuoto che ne consegue sul piano della sicurezza. Va inoltre detto che a fare loro gioco è anche il fatto che non si sia ancora formato il nuovo governo. Un’altra delle ragioni che hanno consentito allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante di prendere il controllo di Mosul va ricercata in Siria. Lì hanno imporanti roccaforti e da lì passano con facilità la frontiera”.

euronews
“Visto che il gruppo controlla altre aree non solo in Iraq, ma anche in Siria, la presa di Mosul è da considerarsi il primo passo verso la formazione di un nuovo stato? Quale il possibile impatto sulla situazione in Siria?”.

Hasni Abidi
“Ritengo anzitutto che si debba approvare lo stato d’emergenza. Al-Maliki e gli altri politici devono poi mettere da parte gli interessi che li dividono, al pari di tutti i gruppi tribali, che devono lavorare insieme per trovare una soluzione condivisa. Se questi passi non verranno intrapresi, l’avanzata dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante proseguirà. A Falluja sono presenti già da due anni e nel frattempo sono riusciti a raggiungere anche aree molto remote come quelle curde, prossime alla frontiera turca”.

euronews
“Al-Maliki ha chiesto più poteri, ma come potrà risolvere questa crisi? Riuscirà a sopravviverle politicamente?”.

Hasni Abidi
“Quanto accaduto a Mosul, paradossalmente giova a Maliki, perché dovrebbe consentirgli di ottenere l’appoggio incondizionato del Parlamento. Da questo punto di vista dovrebbe quindi approfittarne. Ritengo anzi che la caduta di Mosul non sia stata del tutto casuale. Di fatto, serve infatti la causa politica di Maliki e di tutti i suoi sostenitori”.

euronews
“Quali possono essere le ricadute dei recenti sviluppi sulle relazioni fra Iraq – Stati Uniti, soprattutto dopo il ritiro delle truppe americane? Si potrebbe arrivare a rimettere in discussione lo stesso ritiro?”.

Hasni Abidi
“I primi accordi fra Stati Uniti e Iraq per il ritiro delle truppe americane risalgono addirittura ai tempi di Bush. E’ su quelle basi che poi ha lavorato l’amministrazione Obama. La scala e la portata drammatica di quanto sta avvenendo in questi giorni non ha precedenti dal ritiro delle truppe statunitensi. Ha mostrato all’esercito iracheno tutta la sua debolezza nel contrastare un’opposizione armata. In quell’area, prima del ritiro, c’erano 50.000 soldati americani, operativi soprattutto sul piano dell’intelligence. E questo aiutava molto l’esercito regolare. Da allora, sia in Iraq, che negli Stati Uniti, sono sorti numerosi interrogativi sulla capacità delle forze irachene ad operare autonomamente. La risposta di Maliki è stata che no, non sono pronte a garantire appieno la sicurezza del paese e a proteggerlo dalle minacce interne”.