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"Pegasus Bridge", il ponte sulla storia

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"Pegasus Bridge", il ponte sulla storia

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Pegasus Bridge è il luogo della memoria dello sbarco in Normandia. La conquista dei ponti consentiva la traversata dei rinforzi provenienti dal mare. Quello sul canale di Caen, ribattezzato dai francesi “Pegasus bridge”, era un obiettivo strategico, per impedire ai carri armati tedeschi di raggiungere la spiaggia dello sbarco il 6 giugno 1944.

La sesta divisione aerotrasportata britannica, fu la prima ad entrare in azione, dieci minuti dopo la mezzanotte, atterrò a qualche metro dal ponte per prendere di sorpresa i tedeschi. Poco lontano, il caffé Gondrée, tenuto da Therese e George Gondrée, sarà la prima abitazione di Francia ad essere liberata. Una delle figlie della coppia, Arlette, custodisce la memoria di questo luogo:

“È stato il primo luogo liberato perché l’intelligence britannica – racconta Arlette – preparando la missione, era venuta a conoscenza del fatto che i miei genitori parlavano due lingue, importanti per loro: mia madre parlava l’alsaziano, lo aveva imparato a scuola e faceva l’infermiera, quando sposò mio padre, che parlava inglese. I tedeschi non scoprirono mai che i miei genitori conoscevano due lingue importanti per i britannici.

Abbiamo sentito un forte schianto, tutti i rumori intorno alla casa erano differenti, non il solito vociare o il ticchettio dell’orologio. In un attimo, abbiamo sentito che i soldati facevano irruzione nella sala da pranzo, i loro passi erano sulle nostre teste. Pensavamo che fossero i tedeschi e che presto ci avrebbero trovato in cantina, quando sono arrivati insieme a papà, abbiamo visto che erano britannici”.

La notte del 5 giugno 1944 resterà per sempre nella memoria delle sorelle Arlette et Georgette Gondrée: “Abbiamo sofferto e sperato – ricorda Arlette – quel desiderio si è realizzato, grazie a chi ha pagato con la vita: erano giovani e sono morti, altri sono rimasti feriti ma hanno continuato a lottare. Sono stata testimone di tutto questo con Georgette ed è qualcosa che non si può dimenticare. Siamo diventati come una famiglia molto unita, dal primo all’ultimo soldato, tutti erano i nostri liberatori. Sono diventati parte della nostra famiglia e lo sono tutt’ora”.