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Xinjiang, terra di confine da 60 anni in lotta con Pechino

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Xinjiang, terra di confine da 60 anni in lotta con Pechino

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Da oltre un anno, lo Xinjiang è teatro di crescenti violenze, attribuite da Pechino a terroristi uiguri. Il penultimo attacco è avvenuto il 30 aprile, alla stazione di Urumqi, nel giorno della visita del presidente Xi Jinping nella regione. Uomini armati di coltelli hanno ucciso una persona e ne hanno ferite 79. Due degli assalitori si sono fatti esplodere.

Fino allo scorso ottobre, gli attentati erano rimasti confinati allo Xinjiang, quando c‘è stato lo spettacolare attacco kamikaze a Tienanmen, che causò 5 morti. Poi alla stazione di Kunming, nello Yunnan, nel sud ovest, a marzo: 29 morti e 143 feriti.

Lo Xinjiang è una regione ricca di risorse naturali, ai confini con l’Asia centrale, la cui popolazione originaria, quella degli uiguri, è musulmana e la cui lingua assomiglia al turco.

Le ribellioni alla dominazione cinese sono state frequenti, sin dal 1954. Sempre soffocate con la forza. Alla quale si sono accompagante politiche di ripopolamento con cittadini di etnia han, quella maggioritaria in Cina, e di modernizzazione.

Nel luglio del 2009, violenti scontri scoppiarono a Urumqi. Negozi e proprietà di persone di etnia han furono dati alle fiamme. Ci furono circa 200 morti, in uno dei più gravi episodi del genere mai avvenuti in Cina.

Ilham Tohti, professore di spicco dell’Università di Minzu, tra le poche voci ancora libere di esprimersi fino all’inizio dell’anno, è stato arrestato a gennaio con l’accusa di separatismo. Tre mesi prima spiegava così le cause del malcontento: “Alcuni dei problemi non nascono oggi, ma si sono sedimentati nel tempo. Attengono ai diritti, come la libertà di utilizzare la nostra lingua, la libertà religiosa. Ci sono questioni che riguardano il rispetto dei diritti umani, l’alto tasso di disoccupazione, le discriminazioni nei confronti della nostra etnia”.

Per affrontarle questi problemi, Pechino non pare prevedere altro che la repressione. Truppe speciali sono pronte a partire per lo Xinjiang, in vista del verdetto contro 39 accusati di avere diffuso “video terroristi”. Capo di imputazione che potrebbe costare loro fino a 15 anni di prigione.