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Lavoro forzato, l'economia dei "nuovi schiavi" vale 109 mld di euro

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Lavoro forzato, l'economia dei "nuovi schiavi" vale 109 mld di euro

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Poveri, con un basso livello di istruzione, spesso migranti, nella metà dei casi donne o ragazze, un quarto sono bambini.

È questo l’identikit degli schiavi del nuovo millennio, quasi 21 milioni secondo l’ultimo, scioccante rapporto sul lavoro forzato dell’International Labour Organization.

Un mondo nascosto, lontano dai riflettori della politica, che calpesta la dignità umana per generare una cifra pari a 109 miliardi di euro all’anno di profitti.

In numeri assoluti la maggioranza delle vittime, 11,7 milioni di persone, si trova nella regione dell’Asia-Pacifico e genera 38 miliardi di euro.

Nell’Unione europea e nelle altre economie sviluppate, invece, 1 milione e mezzo di lavoratori forzati producono oltre 34 miliardi di euro di profitti.

Del totale stimato, due terzi provengono dalla sfruttamento sessuale a fini economici, mentre il resto deriva da ambiti come il lavoro domestico, l’agricoltura, le costruzioni e le attività minerarie.

A fronte dei dati, che stabiliscono una correlazione chiara tra la povertà e il lavoro forzato, l’organizzazione chiede ai governi di intervenire per risolvere i problemi alla base: analfabetismo, mancanza di istruzione e di opportunità di lavoro.

Nonostante i progressi registrati sul versante statale dello sfruttamento (ad esempio il lavoro carcerario non regolamentato o il reclutamento forzoso dei bambini soldato) i problemi ormai riguardano per il 90% l’economia privata.

Necessario, dunque, aggiornare la Convenzione internazionale sul lavoro forzato datata 1930, messa in campo per lottare contro le pratiche del colonialismo.

L’appuntamento è fissato alla prossima riunione dell’ILO, in cui verrà discusso un protocollo per allargarla al settore privato.