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Jean-Claude Juncker, paladino di una "economia sociale di mercato"

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Jean-Claude Juncker, paladino di una "economia sociale di mercato"

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In Lussemburgo molti lo riconoscono. Jean-Claude Juncker è stato per circa 19 anni alla guida di questo paese di 500.000 persone. Ma oggi ciò a cui punta è un’Europa di 500 milioni di abitanti.

Il portabandiera del Partito popolare europeo è a 59 anni un uomo dalla straordinaria longevità politica. Entra a 20 anni nel partito cristiano-sociale lussemburghese e non appena terminati gli studi per diventare avvocato comincia la carriera politica. Ministro a 29 anni, assume la guida del governo a 40 e la lascerà solo 18 anni e 10 mesi dopo, spinto verso l’uscita da uno scandalo di spionaggio.

Juncker è anche uno degli artefici del Trattato di Maastricht che pone le basi per la moneta unica europea, e nel 2005 diventa il Signor Euro, prendendo la testa dell’Eurogruppo.

Gioviale e anche giocoso, diventa più austero con la crisi.

Di vertice in vertice, gestisce l’emergenza prima di cedere il posto nel 2013. Ma la sua visione rimane europea. Una convinzione radicata fin dall’infanzia, come spiega l’ex ministro lussemburghese Henri Grethen, che lo conosce dagli anni ’70.

“Il vissuto di suo padre, che è stato costretto a combattere con l’uniforme nazista” riferisce Grethen “e le sofferenze che la generazione di suo padre ha dovuto subire lo hanno profondamente segnato. Il padre gli ha raccontato ciò che ha vissuto durante la seconda guerra mondiale e gli ha trasmesso il desiderio di non veder più ripetersi cose simili in questo continente.”

Ma l’Europa della pace non basta più a mobilitare gli elettori. Ed è una campagna all’americana quella che conduce Jean-Claude Juncker, attraversando il continente per farsi conoscere e per portare il proprio messaggio, quello di un’Unione più integrata ma anche meno burocratica e meno pignola.

“L’Europa deve occuparsi di grandi cose” sentenzia Juncker, “essere grande sulle grandi questioni, restare in disparte su questioni minori. Non deve rompere le scatole alla gente con leggine che non fanno progredire l’Europa.”

Difensore di quella che definisce ‘un’economia sociale di mercato’, Jean-Claude Juncker chiede che in tutti i Paesi dell’Unione venga stabilito un salario minimo. Ma avrebbe davvero il potere di imporlo? Il socialista lussemburghese Robert Goebbels, nemico politico di sempre, ne dubita.

“Credo che sia sincero quando parla della necessità di una politica sociale, del bisogno di avere in tutti i Paesi dell’Unione europea un salario sociale minimo” dichiara Goebbels. “Ci crede, lo dice, ma non può farlo perché è in qualche modo prigioniero di Angela Merkel, perché senza l’appoggio di Angela Merkel e della CDU-CSU tedesca non sarebbe ora il candidato del PPE.”

“Non dipendo dalla Signora Merkel” assicura invece Juncker “e non dirò mai che Schulz dipenda da Hollande. Perché mi si intenta un processo alle intenzioni che non si intenta agli altri? Per dirla tutta, me ne infischio.”

Sicuro di sé, Jean-Claude Juncker? Charles Goerens, che è stato ministro in uno dei suoi governi, lo conferma.

“Non è il tipo di persona che vuole accontentare tutti, è l’opposto” precisa Goerens. “Dice quello che pensa ed è pronto a rinunciare a un posto piuttosto che essere accondiscendente.”

Girare l’Europa in cerca di consensi è il destino di tutte le teste di lista alle europee. Ma il candidato cristiano-democratico sembra più infastidito di altri dal peso delle incombenze della campagna elettorale.

“In politica 35 anni sono un’eternità” osserva Henri Grethen. “Sono rare le personalità in Europa o nel mondo – nelle democrazie, vorrei sottolineare – che hanno retto a lungo questa carica. Per forza subentra la disillusione.”

Tra due tappe della sua campagna, Jean-Claude Juncker torna in Lussemburgo, alla sua casa in un quartiere con abitanti discreti in una piccola città. Una ventata d’ossigeno per questo personaggio pubblico che difende gelosamente la sua vita privata.

“È importante che un uomo politico come lui abbia un posto in cui sentirsi al sicuro e dove non venga disturbato” sottolinea un’abitante della zona, Gilberte Nerden. “Qui c‘è molto rispetto, direi.”

Jean-Claude Juncker è anche l’uomo che ha manovrato la barca dell’euro in piena tempesta. E l’ha persino salvata, afferma un altro lussemburghese, ex presidente della Commissione europea, Jacques Santer.

“Bisogna considerare da dove si veniva” raccomanda Santer. “Era la prima crisi grave, la più grave dalla grande depressione degli anni ’30, e non avevamo ancora gli strumenti per gestirla, non c’era una governance economica, e lui, in questo contesto, doveva innovare per trovare la via di mezzo tra le diverse tendenze… e in fin dei conti ci è riuscito.”

Ritroviamo Jean-Claude Juncker a Cipro, uno dei paesi del sud Europa che hanno ricevuto prestiti. Si festeggiano i 10 anni dall’adesione all’Unione europea. Ma in questi ultimi tempi, con la politica di rigore, un’economia in panne e l’aumento della disoccupazione, l’Europa ha meno fascino. Jean-Claude Juncker non era già più presidente dell’Eurogruppo quando sono state dettate le condizioni per gli aiuti a Cipro, ma lo era ancora all’epoca dei precedenti piani di salvataggio.

“Noi abbiamo forse esagerato col rigore” ammette Juncker, “ma i risultati dimostrano che i programmi, alla fine, hanno avuto successo in Grecia, in Portogallo, in Irlanda e in Spagna per quanto concerne il settore bancario. Se non avessimo agito così, la situazione oggi sarebbe peggiore.”

Per quest’uomo pragmatico che non crede al federalismo, l’Europa è prima di tutto una questione di valori condivisi.

“Mentre mi sto avvicinando all’età in cui si può presumere di raggiungere la maturità” riflette Juncker “credo che la principale virtù, la principale qualità dell’Europa, sia la tolleranza e l’interesse che dobbiamo avere verso gli altri. L’Europa è anche amore verso gli altri.”