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Gabo: vorrei morire d'amore

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Gabo: vorrei morire d'amore

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Impeccabile con la sua rosa gialla portafortuna. Gabriel García Marquez, affettuosamente Gabo, compiva 87 anni e riceveva gli auguri davanti alla sua abitazione a città del Messico.

Il grande scrittore colombiano era nato il 6 marzo del 1927 a Aracataca.

Quando aveva cinque anni, i genitori lasciarono la città affidando “Gabito” ai nonni, il colonnello Nicolàs Marquez, veterano della guerra dei Mille Giorni, e la moglie Tranquilina Iguarán.
Entrambi avrebbero influenzato il futuro affabulatore del realismo magico: il colonnello con i suoi racconti sulla storia della Colombia, la nonna con la sua visione sovrannaturale della realtà.

Gabo imparò a scrivere a cinque anni, alla scuola Montessori, con la sua bella maestra Rosa Elena Fergusson, il suo primo amore. Proseguì gli studi al Liceo di Zipaquirá, grazie a una borsa di studio.

Gerald Martin, biografo dello scrittore, ha sottolineato l’importanza di quell’opportunità:

“García Márquez è senza dubbio un genio. Ma senza quel diploma, senza quella borsa di studio, non avremmo conosciuto “Cent’anni di solitudine” così com‘è”.

Dopo gli studi in giornalismo e in diritto, mai conclusi, il futuro scrittore intraprese il mestiere di opinionista e reporter. Viaggiò in Europa e oltre la Cortina di Ferro.
Stabilitosi in Messico, nel 1967, dopo diciotto mesi di lavoro, pubblicò “Cent’anni di solitudine”. Di questo libro il poeta cileno Pablo Neruda ha detto: “è il miglior romanzo scritto in castigliano dai tempi del Don Chisciotte”.

Lo stesso autore svelò i segreti del suo mondo:

“La scrittura di finzione è un atto ipnotico, si cerca di ipnotizzare il lettore affinché pensi soltanto al racconto che gli viene narrato”.

Gabo fu anche attivista: amico di Fidel Castro, sostenne sempre la Rivoluzione Cubana. Fu anche un grande ammiratore della letteratura americana, eccolo assieme ad Arthur Miller a Cuba. Nel suo discorso per il premio Nobel 1982, la solitudine dell’America Latina, dichiarò che fu William Faulkner il suo maestro.

In un altro dei suoi romanzi più noti, “L’Amore ai tempi del colera”, scrisse: “L’unica cosa di cui mi dispiace morire è che non sia d’amore”.