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Ruanda, 20 anni dopo il genocidio, la memoria tra dolore e polemiche

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Ruanda, 20 anni dopo il genocidio, la memoria tra dolore e polemiche

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La memoria, il dolore, ma anche la rivendicazione di una verità completa e le accuse alla comunità internazionale e alla Francia in particolare.

Lo stadio di Kigali, in Ruanda, è stato il teatro di una commemorazione catartica del genocidio che 20 anni fa sterminò quasi un milione di persone.

Il Presidente Paul Kagame, allora leader del Fronte Patriotico Ruandese (Fpr), la ribellione Tutsi, etnia sterminata dagli Hutu, ha avuto parole pungenti:

“Coloro che hanno pianificato e portato a termine il genocidio erano ruandesi” ha detto. “Ma la storia e le sue profonde radici vanno oltre il nostro stupendo Paese. Ecco perchè i ruandesi continuano a chiedere la più ampia e completa spiegazione di quanto accadde” ha detto.

Un discorso quasi del tutto pronunciato alternando l’inglese al kinyarwanda ma nel quale ha glissato una frase in francese: dopo tutto “les faits sont têtus”, i fatti sono testardi.

Accusa diretta a Parigi, il cui ambasciatore non è stato fatto entrare nello stadio. Prima dell’inizio della mattanza da parte degli estremisti Hutu, nell’aprile 1994, i militari francesi addestravano e armavano l’esercito del governo Hutu che aveva una chiara politica razzista nei confronti della minoranza Tutsi.

Dopo l’uccisione in un attentato dell’allora Presidente Juvénal Habyarimana, il 6 aprile, oltre 800.000 Tutsi e Hutu moderati sono stati sterminati in appena 3 mesi. Per seppellire quei giorni di cui il macete resta il triste simbolo la politica di Kagame punta a cancellare la distinzione tra etnie. Ma le polemiche da lui riesumate in questo anniversario servono anche a far dimenticare le ombre che si accumulano sul suo potere.