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Noi, albanesi d'Italia. Dialogo con Michele Cera, autore di Dust

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Noi, albanesi d'Italia. Dialogo con Michele Cera, autore di Dust

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Nella prima pagina della mia copia del suo libro ‘Dust’ Michele Cera mi ha scritto: “A Andrea, che condivide con me la nostalgia per il passato che ci ha visti bambini”.

Cerco a fatica di perdonarmi l’impudicizia con cui riporto queste parole. Lo faccio in primo luogo per la loro fotografica, sintetica efficacia. In secondo luogo perchè sono la migliore presentazione del lavoro che Cera ha pubblicato presso l’editore tedesco Kehrer.


© Michele Cera

‘Dust’, per chi non conoscesse il lavoro del fotografo nato a Bari nel 1974, è un libro fatto (materialmente) di immagini scattate in Albania. Un Paese nel quale negli ultimi 6 anni Cera si è recato svariate volte. Inizialmente nei suoi panni di architetto e urbanista. Poi sempre più e soltanto per proseguire un’indagine fotografica il cui risultato è confluito nel libro.


© Michele Cera

Per un’interpretazione ragionata al lavoro di Cera rimando al confronto tra l’autore e il critico Francesco Zanot pubblicato alla fine del volume. Io invece, giornalisticamente, avrei dovuto preparare questa breve intervista nel momento in cui il libro è stato presentato per la prima volta, qualche mese fa, in novembre, in occasione di Paris Photo. Oppure, ancora, una decina di giorni fa quando Cera ne ha parlato a Ravenna in occasione di Fahrenheit 39, festival della ricerca e del desing nell’editoria in Italia… Ma il fatto che questa chiacchierata su ‘Dust’ nasca soltanto adesso mi appare come la seconda metafora importante per provare a dire di che cosa queste fotografie ci parlino e per introdurre le risposte di Michele. Lo scarto con cui ho discusso con Cera del suo lavoro è utilissimo a salvare ‘Dust’ dal “tritacarnone” dell’informazione-vampiro in base alla quale tutto scade in un arco di tempo sempre più breve. Questo sedimentato e ricercato “ritardo” rende meglio giustizia alla natura del lavoro di Michele. Rappresenta, non ultimo, un implicito omaggio all’idea secondo cui per guardare c‘è bisogno di un tempo di latenza. Meglio ancora se questo tempo è racchiuso tra le pareti della camera oscura di una macchina fotografica analogica. Non certo per snobismo o rifiuto del progresso tecnologico. Ma per la semplice convinzione che il mezzo determina la forma e che la cura, l’attesa, l’apprensione per un buono sviluppo della pellicola prima e la ricerca della stampa dal giusto equilibrio poi fanno parte di questo tipo di approccio alla fotografia. Un approccio dal respiro lungo.


© Michele Cera

L’approccio documentario con cui Michele Cera racconta l’Albania è certo fedele e funzionale al resoconto di un viaggio nello spazio. Ma il suo è anche e indubbiamente un viaggio impossibile nel tempo. Un viaggio nel passato prossimo dell’Italia. Nell’Italia dei nostri nonni che, come scrive Cera nell’intestazione del libro, hanno cresciuto i nostri genitori nel Paese in rovina del dopoguerra. Ma anche e soprattutto un viaggio nel Sud, metafora estesa al di fuori della quale non solo non potremmo capire l’Albania, ma forse nemmeno l’Italia. Ecco: se proprio si dovesse trovare una “ragione cronologica” per giustificare l’apparizione di questo dialogo proprio ora, la migliore sarebbe certamente l’anniversario del marzo 1991: il mese della prima ondata di sbarchi a Brindisi (precedenti quelli dell’agosto successivo a Bari) di migliaia di migranti albanesi.


© Michele Cera

Andrea Neri, euronews:
Come e quando è nato il progetto, se di progetto si può parlare, di fotografare in Albania?

Michele Cera:
Sono stato in Albania per la prima volta nel 2007, sfruttando un’occasione offerta dall’associazione Ingegneria Senza Frontiere, spinto dal desiderio di conoscere una terra che mi appariva al contempo geograficamente vicina e culturalmente lontana alla mia (dalla Puglia non dista che alcune decine di chilometri). D’altronde fino all’estate del 1991, quando una nave con oltre 20.000 profughi albanesi attraccò nel porto di Bari, da decenni noi italiani sapevamo poco o nulla dell’Albania. Ci fu, però, un’altra motivazione che agì in me in maniera inizialmente più sotterranea e cioè il fatto che mio nonno fosse stato in Albania con l’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale.

euronews:
Quando, sfogliando il tuo libro, si arriva all’immagine della donna di spalle, vestita di nero, con le borse di plastica della spesa, pensare ad Anna Magnani in Mamma Roma di Pasolini è almeno per me un riflesso immediato. Che cosa la fotografia documentaria contemporanea deve al neorealismo? Meglio: in cosa tu personalmente ti senti legato o meno a quel cinema, a quel modo di leggere il mondo?

Cera:
Io credo che l’Italia attuale abbia bisogno di realismo, abbia bisogno che si guardi alla realtà dopo decenni che hanno visto allargarsi il divario tra realtà e rappresentazione del Paese. E’ stato questo uno degli elementi che hanno caratterizzato il populismo mediatico: la costruzione di una quasi-realtà nella quale la mia generazione si è ritrovata in qualche modo risucchiata. Sotto questo punto di vista il neorealismo costituisce il più immediato antecedente culturale di “ricostruzione” di uno sguardo (in quel caso successiva agli anni del fascismo) a portata di noi italiani. Per questo la fotografia, nella quale la matrice realista costituisce un elemento specifico, credo possa aspirare oggi ad un ruolo centrale nel panorama culturale italiano.


© Michele Cera

euronews:
C‘è per te un rapporto tra l’approccio “centrale” che hanno le tue immagini a livello compositivo (la figura umana praticamente sempre al centro dello spazio fotografato) e la marginalità dei luoghi di cui parli? Fotografare l’Albania è, credo, una scelta importante: nella periferia è ridotta quasi a zero l’influenza del “potere centrale”, insomma fotografi “ai confini dell’impero”. Vedi un legame tra queste due scelte apparentemente contraddittorie?

Cera:
La marginalità è al centro (mi si perdoni il gioco di parole) della fotografia da molti anni ormai. Nel mio interesse per le periferie non c‘è nulla di nuovo, molti altri le hanno fotografate prima di me. Trovo anch’io, come altri, più interessante ciò che si tende a rimuovere e ad emarginare. In questo contesto l’elemento che mi interessa è però proprio il rapporto tra la figura umana e il paesaggio. L’esistenza di quest’ultimo è d’altronde possibile solo in relazione all’Uomo che lo trasforma, lo abita, lo guarda e lo rappresenta. Il termine stesso “paesaggio” nella storia delle lingue neolatine nasce per indicare non il paesaggio reale ma la rappresentazione pittorica. Anche la nozione di “periferico”, di “marginale” è un fatto culturale: ciò che è marginale e periferico si definisce di volta in volta in rapporto a un centro determinato.


© Michele Cera

euronews:
Come vivi tu personalmente il rapporto tra la fotografia e l’architettura?

Cera:
L’architettura mi interessa perché mi interessano i luoghi in cui gli esseri umani vivono. Per questa ragione mi interessa soprattutto l’architettura minore, spontanea, vernacolare. Inoltre i lavori sull’architettura che mi interessano di più sono quelli che affrontano il tema in maniera più problematica e critica. Ciò che mi interessa è capire come gli edifici vengono davvero usati dalle persone e quali modifiche introducano realmente nel paesaggio in cui sono inserite.

euronews:
Non ti chiedo a quale progetto stai lavorando per mantenere la suspence del pubblico. Ti chiedo invece se esiste qualcosa che vorresti fotografare ma a cui non hai ancora avuto il modo o il tempo di dedicarti.

Cera:
Vorrei fotografare di più il Sud Italia. Credo che i miei prossimi lavori affronteranno questo macro-tema.


© Michele Cera
© Michele Cera