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La Siria entra nel quarto anno di conflitto

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La Siria entra nel quarto anno di conflitto

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Le bombe sganciate dagli elicotteri, gli edifici ditrutti. Le immagini alle quali il mondo sembra ormai essersi assuefatto lasciano poco spazio alla speranza per la Siria, che entra nel quarto anno di conflitto. Il bilancio ha superato i 140.000 morti. E continua a salire.

Dalla manifestazione di Daraa il 15 febbraio del 2011 ad oggi, il conflitto si è trasformato in una guerra combattuta su più fronti, e tra una miriade di gruppi rivali che si contendono fette di territorio di un Paese diviso.

Il presidente Bashar al Assad – al potere da quattordici anni con un mandato in scadenza il 17 luglio – non ha ancora ufficializzato la candidatura a elezioni che dovrebbero tenersi tra maggio e giugno.

Ma sembra tutt’altro che incline a lasciare il potere. Così come sembra poco realizzabile la possibilità dell’opposizione di concorrere, prevista dalla legge approvata venerdì dal Parlamento.

Oltre alla consegna delle armi chimiche, a procedere a singhiozzo è soprattutto un processo di pace mai realmente iniziato. I negoziati di Ginevra a gennaio e febbraio non hanno portato alcun cambiamento concreto sul piano politico.

Di riflesso, sul terreno la situazione continua a peggiorare con ormai circa nove milioni di persone sfollate – poco meno della metà della popolazione – e la più grave crisi umanitaria degli ultimi vent’anni.

L’accesso ai farmaci non è garantito e metà dei medici ha lasciato un Paese che un tempo vantava uno dei sistemi sanitari migliori del Medio Oriente.

A questo si aggiungono un’economia in ginocchio con una disoccupazione record, siti archeologici e storici distrutti e saccheggiati con un turismo inesistente.

È quello che raccontano le immagini e le testimonianze provenienti dalla Siria di oggi, è l’eredità per le generazioni future.