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Esecuzioni, aborti forzati e fame. Voci dai campi nord-coreani

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Esecuzioni, aborti forzati e fame. Voci dai campi nord-coreani

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Esecuzioni in pubblico, aborti forzati, privazioni del cibo fino alla morte. E’ il quotidiano di questi campi di lavoro nord-coreani, schizzato dalle testimonianze dei sopravvissuti, che ha raccolto Amnesty International.

Per indagare su simili denunce, il Consiglio ONU per i diritti umani istituisce nel marzo 2013 una commissione d’inchiesta, a cui il regime di Pyongyang ha però negato l’accesso nel Paese. Il suo scopo è vagliare la possibilità di adire la giustizia internazionale, per possibili crimini contro l’umanità.

Testimonianze di ex prigionieri dei campi erano state nel frattempo raccolte anche da Amnesty International.

“La sveglia è alle 3.30 del mattino – racconta una di loro -, poi si lavora fino al tramonto. Vige poi un sistema di responsabilità collettiva, per cui finiscono per portare nel campo l’intera famiglia di un sospetto. Senza peraltro che a nessuno di loro vengano illustrati i capi d’accusa”.

Altre ex prigioniere parlano poi di aborti indotti, sottoponendo le donne a lavori massacranti.

“Una volta al campo – dice un’altra di loro -, si viene anzitutto sottoposte a un test di gravidanza e a uno per le malattie sessualmente trasmissibili. Le donne incinte vengono poi obbligate ad abortire a forza di lavori pesanti. Le si costringe a portare pesi enormi fino a provocare la perdita del bambino”.

Se altri raccontano di privazioni di cibo fino alla morte, alla fame non sfuggono però gli stessi militari.

“La carenza di cibo è il problema più grave delle forze armate nord-coreane – racconta Joo-Il Kim,un ex capitano che ha poi imboccato la via della diserzione -. Anche i militari sono sotto-nutriti. La fame è la piaga peggiore”.

Pechino ha però già fatto sapere che si opporrà ad un rinvio del caso alla Corte Penale Internazionale. Una posizione che, se confermata in Consiglio di Sicurezza, rischia di vanificare sul nascere sforzi e risultati dell’inchiesta ONU.

“Ciò di cui abbiamo bisogno – dice Roseann Rife, direttore di Amnesty International per l’Asia orientale – è anzitutto che Pechino, in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza, non ponga il suo veto. La speranza è poi che si decida a difendere i diritti umani dei nord-coreani. A cominciare dal non rimandare indietro quelli che varcano il confine, per cercare rifugio in Cina”.

A dare voce agli ex prigionieri sono intanto i loro disegni, che Seul ha raccolto in una mostra.

Militari che marciano sul ventre di donne incinte per farle abortire ed esecuzioni sommarie all’interno dei campi, fra le denunce che prendono corpo dagli schizzi di chi rischia a breve di non avere più altri mezzi per farsi ascoltare.