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Il gas di scisto, un rischio o un'opportunità?

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Il gas di scisto, un rischio o un'opportunità?

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Ogni giorno a Barton Moss, in Inghilterra, si svolge una strana processione. Dal novembre 2013, gruppi di ecologisti e abitanti della zona tentano di rallentare i convogli che entrano ed escono da un sito in cui il gruppo britannico IGas ha deciso di collocare i suoi impianti di perforazione. A suscitare le proteste sono i lavori per la ricerca di giacimenti di gas di scisto nel sottosuolo di questa zona agricola.

“Questa è la più grave minaccia che questa terra abbia mai dovuto affrontare” afferma Geoffrey Baxter, un abitante della zona, “quando avranno finito, tutto il territorio sarà contaminato.”

“Tutta l’acqua potabile sarà avvelenata dal fracking” gli fa eco Mark Pinnock. “Non vogliamo che lo facciano qui.”

I timori sono legati soprattutto alla controversa tecnica utilizzata per estrarre il gas: il fracking o fratturazione idraulica.

Tonnellate di litri d’acqua, mischiate a sabbia e additivi chimici, sono iniettate nel sottosuolo ad altissima pressione, per creare crepe nella roccia ed estrarne il gas.
Da qui i rischi di contaminazione della falda freatica che preoccupano le ong ambientaliste ma anche l’associazione britannica dei gestori dell’acqua.

Problemi che secondo gli industriali possono essere superati con l’aiuto di miglioramenti tecnici e di una stretta regolamentazione.
Ma Helen Chuntso, che vive a qualche chilometro dall’impianto di IGas, non ci crede. “Se pensiamo all’acqua che viene pompata all’interno” sottolinea “nessuno sa esattamente quanta ne torna fuori. Si stima che ne rimanga dentro circa il 70 per cento. Ciò significa che c‘è contaminazione. L’acqua si sposta attraverso le strutture geologiche. L’industria non può garantire che non ci siano perdite. L’industria sta solo cercando facili guadagni adesso, infischiandosene delle conseguenze per le comunità locali e per l’ambiente.”

Conseguenze che secondo alcuni studi potrebbero favorire anche le scosse sismiche. L’accordo annunciato in gennaio dal gruppo Total, per investire nell’esplorazione del gas di scisto in Inghilterra, alimenta la polemica suscitata dall’intenzione del governo britannico di sviluppare lo sfruttamento del gas di scisto. Né Total, né il gruppo IGas, uno dei suoi partner operativi, hanno voluto accettare le nostre richieste d’intervista.

Ken Cronin, portavoce della federazione britannica degli operatori onshore, riassume così le ambizioni del settore: “Il gas di scisto nel Regno Unito può essere visto come una misura economica che consente di ridurre la dipendenza dalle importazioni. Nel 2030, circa l’80% del nostro gas proverrà dall’estero. Questo comporta fluttuazioni dei prezzi. Se creiamo risorse locali di gas, ciò ridurrà la fluttuazione dei costi per il Regno Unito. Se l’Europa produce abbastanza gas, i prezzi del gas in Europa dovrebbero scendere, come è avvenuto negli Stati Uniti.”

Ma questa tesi non è condivisa da un esperto indipendente, Paul Stevens, secondo cui le condizioni geologiche, la densità della popolazione, e le realtà del mercato rendono improbabile una rivoluzione europea del gas di scisto come quella che ha fatto abbassare di metà il prezzo del gas negli Stati Uniti.

“Anche se si incrementano le forniture” spiega Stevens “per far scendere i prezzi dev’esserci molta competizione sul mercato del gas. Negli Stati Uniti, quel tipo di competizione esiste e il prezzo scende. Ma le aziende europee del settore non si danno veramente battaglia. A dire il vero, sono più alleate che in competizione; ed è improbabile che le grandi compagnie del gas regalino soldi ai consumatori.”

Secondo l’associazione internazionale dei produttori di gas e petrolio, la nuova industria del gas di scisto potrebbe creare centinaia di migliaia di posti di lavoro in Europa. Una prospettiva contestata da Laura Bannister, candidata dei Verdi alle elezioni europee: “Ci saranno posti a tempo determinato, che poi spariranno. Perché dopo che un terreno è stato sottoposto a fracking e l’energia è stata rilasciata, diventa inutile per l’industria del fracking e i posti di lavoro scompaiono.”

Secondo le stime, il vecchio continente racchiude riserve importanti di gas di scisto. Alcuni paesi hanno dato il via libera all’esplorazione, altre, qui in rosso, l’hanno vietata, per mancanza di certezze sull’impatto ambientale.

Molti esperti sottolineano gli effetti delle emissioni di metano durante l’estrazione e il trasporto del gas di scisto. Per il vicedirettore del centro di recerca sul clima dell’università di Manchester, Kevin Anderson, questo potrebbe compromettere gli impegni europei sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.
“Il gas di scisto” dichiara Anderson “è una fonte di energia che immette altra anidride carbonica nell’atmosfera, a meno che non vada a sostituire davvero il nostro consumo di carbone. Negli Stati Uniti le emissioni sono diminuite un po’, in parte grazie all’uso di gas di scisto, ma in Europa, nel Regno Unito, e in alcune zone dell’Asia, le emissioni sono salite perché abbiamo bruciato il carbone che gli americani hanno esportato. I cambiamenti climatici sono un problema globale, e se introduciamo un nuovo combustibile fossile, avremo maggiori cambiamenti climatici e un maggior impatto sull’ambiente.”

“Sappiamo già” assicura Laura Bannister “come produrre tutta l’energia di cui abbiamo bisogno, in maniera pulita, sostenibile, utile alle persone e all’ambiente e la soluzione risiede nelle energie rinnovabili. È questa la direzione che dovrebbero prendere le nostre politiche e tecnologie energetiche. Il fracking è un passo in una direzione completamente sbagliata.”

Molti esperti temono inoltre che l’impegno per l’estrazione del gas di scisto distolga gli investimenti dalle energie rinnovabili. Per John Thrash, responsabile della società americana eCorp, che assieme alla francese Total collabora alle ricerche nel Regno Unito, la soluzione è politica: “Il gas naturale potrebbe essere il carburante di passaggio verso una nuova era di energie alternative e rinnovabili a costi contenuti. Ma lo sviluppo di quste tecnologie è ostacolato dall’ampia disponibilità di combustibili fossili a basso costo. Penso che la risposta sia racchiusa in ciò che ha fatto il presidente Obama, tassando queste fonti a basso costo, incluso il gas naturale, ed usando gli introiti per sviluppare nuove tecnologie.”

L’Unione europea ha appena rinunciato a varare una normativa comune sul’esplorazione e lo sfruttamento del gas di scisto, limitandosi a semplici raccomandazioni. Al contrario l’opinione pubblica, secondo i risultati di un sondaggio pubblicato l’anno scorso dalla commissione europea, chiedeva che fossero introdotte leggi comunitarie.

“Purtroppo” ricorda Helen Chuntso “in Europa non c‘è l’obbligo di una valutazione di impatto ambientale. Molti hanno fatto pressione sui parlamentari europei a questo proposito. Io ho scritto agli eurodeputati, ma non ci affideremo solo all’iter democratico dei nostri rappresentanti nel Parlamento europeo, nel caso non riescano a rappresentare la nostra voce.”

Il governo britannico ha promesso incentivi fiscali alle compagnie per lo sfruttamento del gas di scisto, così come ai comuni che accetteranno la presenza di siti per l’esplorazione. Resta da convincere l’opinione pubblica, cosa che a Barton Moss come altrove, non sembra un obiettivo facile da raggiungere.

“Resteremo qui finché sarà necessario” conclude Geoffrey Baxter. “Finché IGas non farà le valigie e non se ne andrà.”