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Bosnia: le radici del malessere

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Bosnia: le radici del malessere

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Tuzla, ex polo industriale della Bosnia, un tempo dava lavoro, oggi è diventata sinonimo di disoccupazione ed è il cuore della protesta in Bosnia.
Il fallimento di Dita, una fabbriaca di detergenti, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Damir Arsenijevic, professore all’università di Tuzla:

“La gente si è detta, ne abbiamo abbastanza di nepotismo e favoritismi di un governo corrotto. Che per gli ultimi 20 anni non ha ascoltato i suoi cittadini e la loro rabbia”.

Un governo paralizzato da conflitti interni tanto da non riuscire a accompagnare la transizione verso il capitalismo. Le privatizzazioni si sono risolte in fallimenti. Oggi un bosniaco su due è disoccupato.

Per capire la decentralizzazione della Bosnia Erzegovina, bisogna fare un passo indietro fino al conflitto intecomunitario del 1992-1995.
Gli accordi di Dayton riuscirono a ricomporre le parti in conflitto imponendo una macchina istituzionale complessa che permette a bosniaci, croati e serbi di essere rappresentati in maniera equa all’interno delle istituzioni.

Per questo, la Bosnia è formata da due entità, la Federazione croato bosniaca della Bosnia-Erzegovina e la repubblica serba di Bosnia o repubblica Srpska.

Ciascuna è suddivisa in cantoni e regioni. I cantoni godono di grande autonomia e hanno il loro proprio governo. Secondo molti analisti, un vero e proprio labirinto amministrativo, minato da clientelismo e corruzione.

Le due entità sono presiedute da una presidenza collegiale e triparita, un serbo, un bosniaco e un croato, c‘è un governo centrale e un parlamento bicamerale, con il compito di elaborare politiche nazionali che abbiano una certa coerenza.

Ma oggi questo sistema mostra tutti i suoi limiti e i manifestanti chiedono un governo di tecnici e riforme.

Riforme sollecitate anche dall’Unione europea che ne fa una condizione necessaria per cominciare a parlare di adesione all’Unione europea.

La collera oggi è trasversale. Bruxelles invita le autorità del Paese a ascoltare le rivendicazioni dei manifestanti.