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La variabile jihadista e il rompicapo iracheno

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La variabile jihadista e il rompicapo iracheno

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Quando alle tensioni confessionali si aggiunge la minaccia jihadista.

La recente escalation di violenze in Iraq tratteggia uno scenario dagli sviluppi imprevedibili.

Variabile impazzita è il ritorno sulla scena di una vecchia conoscenza, ora in piena espansione.

Nato una decina d’anni fa come costola di Al-Qaeda, lo “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” torna a sfidare Bagdhad a inizio gennaio, fomentando la rivolta a Ramadi e Falluja.

E se quasi in contemporanea rivendica un attentato a Beirut, la sua avanzata nelle regioni liberate da Assad sembra intanto inarrestabile.

Tessere di un mosaico che cominciano ad abbozzare il disegno del gruppo: battersi per la creazione di uno stato islamico a cavallo tra Siria, Libano e Iraq.

A frenare Baghdad dal pugno di ferro sono però i recentissimi precedenti.

Memore di come a innescare la rivolta cavalcata dai jihadisti sia stato lo sgombero di un campo sunnita a Ramadi, il premier sciita Nuri Al-Maliki opta per una soluzione di compromesso.

Nella zona vengono inviati rinforzi, ma Al-Maliki esclude il ricorso alla forza, fintanto che i gruppi tribali si batteranno contro i djihadisti.

La risposta allo scarica-barile di Baghdad dei leader tribali della regione di Ramadi e Falluja resta però ancora tutta da decifrare.

A contraddittorie testimonianze che li vorrebbero ferocemente opposti agli ex-qaedisti o pronti a venire a patti con loro, un esperto in sicurezza iracheno replica tratteggiando un fragile equilibrio, prossimo al punto di rottura.

“I gruppi tribali non aprono la porta agli estremisti, né si adoperano per aiutarli – dice Ahmed al-Sheriyeffi -. Per quanto, nella regione dell’Anbar, siano in attrito con il governo, non sono ancora al punto di cercare un alleato nei terroristi”.

Il ruolo potenzialmente chiave del sostegno tribale rimanda la palla nel campo di Baghdad. E in un gioco dell’oca dalla posta altissima, riporta il governo sciita di Al-Maliki alla esplosiva casella che ha finora evitato come la peste: quella di una risoluzione delle tensioni confessionali con la sempre più esasperata componente sunnita.

Paul McDowell, euronews: “in Iraq stiamo assistendo a una nuova escaltion di violenza. Chi c‘è dietro a questa ondata di sangue? Ne parliamo con Faris Abi Ali, un esperto di Medio Oriente. Possiamo parlare di un’alleanza un pò casuale tra gruppi di ribelli e fazioni vicine ad Al Qaeda o, dietro a questi attentati, c‘è una chiara strategia?”

Faris Abi Ali: “penso che non si tratti solo di un’alleanza sporadica. Una delle principali caratteristiche della comunità sunnita, e non solo in Iraq, ma anche nelle regioni confinanti, è quella di essere profondamente divisa. In Iraq è in atto uno scontro tra alcune fazioni sunnite che sostengono il governo, come Sahwa o Figli dell’Iraq e lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Alcuni sunniti hanno scelto di combattere contro il governo perché si sentono esclusi dal premier sciita Nouri Al-Maliki. C‘è poi chi sta nel mezzo, ovvero chi non vuole essere governato nè dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante ma neppure da Al-Maliki e dai suoi alleati.”

euronews: “parliamo dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Chi è questa organizzazione e quanto conta.”

Firas Abi Ali: “hanno un’ideologia nichilista e un’interpretazione dell’Islam che si basa principalmente sulla violenza, come abbiamo visto nel loro modo di comportarsi anche con altri gruppi di insorti siriani, che erano anche dalla loro parte. Una parte consistente di questa organizzazione è composta, principalmente, da combattenti e miliziani stranieri, provenienti soprattutto da varie parti del Medio Oriente. Ci sono anche alcuni ceceni all’interno, poche centinaia; la loro ideologia sembra essere quella di imporre uno stato islamico con la forza, un modo di agire decisamente medievale.”

euronews: “dalle tue parole, ho la sensazione che le violenze e gli attacchi continueranno ancora.”

Firas Abi Ali: “penso di si. Non vedo segnali per dire che gli scontri diminuiranno. Forse solo l’entrata in scena di Turchia e Giordania potrebbe davvero cambiare la situazione. Sono due paesi che stanno avendo molti problemi a controllare le loro frontiere per evitare che questi gruppi continuino ad entrare in Iraq e in Siria, ma è abbastanza ovvio che almeno per quanto riguarda i turchi si sta chiudendo un occhio verso queste formazioni jihadiste. Se i due Paesi dovessero cambiare la loro tattica allora la violenza potrebbe anche diminuire.”

euronews: “qual‘è il collegamento con altre zone, altre regioni?”

Firas Abi Ali: “stiamo già vedendo come si è allargata la militanza sunnita in Libano. E questo ancora prima della guerra civile in Siria. Il fenomeno si è notevolmente aggravato con il conflitto siriano. Si pensi agli attacchi contro civili sciiti in Libano e all’attentanto all’ambasciata Iraniana a novembre. Poi i rapporti tra i gruppi jihadisti e il governo giordano sono pessimi e destinati a peggiorare in futuro. Se la guerra in Siria andrà scemando, come dovrebbe accadere nei prossimi anni, non è escluso che vedremo il ritorno in Europa di miliziani, che hanno combattuto in quel Paese, carichi di ideologia. Inoltre noi abbiamo già tunisini che cominciano a tornare dalla Siria e questo sta causando un problema per la sicurezza.”