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La ricostruzione dell'Aquila tra scandali e inchieste

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La ricostruzione dell'Aquila tra scandali e inchieste

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Quasi cinque fa il terremoto. Da allora L’Aquila ha cercato di tornare alla normalità. Nelle new town costruite lungo la cintura di terreni che costeggiano il capoluogo abruzzese, la popolazione ha ripreso la propria vita quotidiana. In uno stato di emergenza continua. A L’Aquila si vive e si lavora in strutture temporanee. Come questa scuola, creata poche settimane dopo il sisma del 2009, dove l’emergenza si è trasformata in routine. Con conseguenze anche sulla salute dei bambini.

Come ci spiega Silvia Frezza, insegnante del Polo Scolastico Sassa. “Gli effetti della precarietà iniziano a diventare evidenti. I bambini hanno iniziato a soffrire di problemi respiratori a causa dei riscaldamenti e del sistema di aerazione. Da cinque anni proviamo a reagire, affrontando l’emergenza. Ma non vogliamo che l’emergenza duri altri cinque anni. Basta!”.

Come Silvia sono in molti a temere il perdurare dello stato emergenziale in una provincia che porta ancora i segni visibili del terremoto del 2009. Come prima reazione al sisma gli oltre sette mila sfollati sono stati rialloggiati in case costruite in tempi record. I cui appalti e costi sono oggi al centro di un’inchiesta e di molte polemiche.
Il consorzio C.A.S.E è un agglomerato di abitazioni nate nel 2009 alla periferia dell’Aquila. Centinaia di appartamenti costruiti nel deserto di servizi, i cui materiali dopo quasi 5 anni iniziano a deteriorarsi.

Infiltrazioni d’acqua dai soffitti, pavimenti divelti si trovano in quasi tutti gli appartamenti.

Pierluigi è tra gli inquilini del consorzio C.A.S.E. Ci mostra alcune delle bollette arrivate ai residenti: “Ci ritroviamo a pagare bollette di 5.000, 6.000, 7.000 euro di riscaldamento.
Dove li prendiamo questi soldi?Abbiamo chiesto al Comune di rifarsi su chi ha dato questo bene, perché comunque non rispetta i canoni e le percentuali di consumo di una classe energetica adeguata. Bisogna far pagare la differenza a chi è direttamente responsabile di queste mancanze”.

La ricostruzione del dopo sisma, così come la corsa alla creazione delle case provvisorie, ha visto protagonisti diversi costruttori accusati di aver gonfiato i prezzi degli interventi. Agli alti costi non è corrisposto, però, lo stesso livello di qualità. Nei mesi scorsi le autorità hanno posto i sigilli ad alcuni lotti ancora in costruzione, ed evacuato altri considerati pericolanti.

Anna è tra gli inquilini di un gruppo di case d’emergenza a essere stati evacuati poco dopo la consegna:“Qui il materiale era deteriorato già al momento della messa in opera nel 2009. Il legno dei pavimenti non è stato assemblato. I lampioni, basta toccarli, e ci si accorge che sono semplicemente poggiati nel terreno. Il tetto di alcune di queste abitazioni si è completamente scoperto. Le persone si sono ritrovate con l’acqua piovana in casa.
Per quanto riguarda il costruttore e gli altri indagati,credo abbiano passato qualche giorno agli arresti domiciliari, ma come sempre accade in Italia non hanno restituito un euro.

Sin dai primi mesi del dopo sisma la ricostruzione dell’Aquila ha le pagine dei giornali per il numero di scandali e inchieste che hanno segnato l’atribuzione degli appalti e la loro esecuzione.

Alle inchieste italiane si è aggiunto il rapporto-denuncia del parlamento europeo sullo spreco dei fondi comunitari per la ricostruzione. Dal testo emergerebbe che i circa 493 milioni di euro europei sarebbero serviti a foraggiare società legate alla criminalità per la costruzione di case troppo care realizzate con materiali scadenti.

L’infiltrazione mafiosa nella ricostruzione dell’Aquila è stata denunciata dall’associazione Libera.

“Le ordinanze, incluse quelle relative alle gare d’appalto, presentavano una serie di emendamenti e deroghe che hanno permesso alle società vicine alla criminalità organizzata d’infiltrarsi” racconta Angelo Valenti, responsabile di Libera all’Aquila “La corruzione, però, si è estesa all’intera città. La prova è che oggi riceviamo sempre meno denunce. E sulle poche che arrivano dobbiamo fare molta attenzione. Si rischia a volte di trovarsi davanti le denunce della cosche rivali, che cercano così di liberarsi del competitore”.

Parole forti che trovano conferma nell’esperienza diretta di Antonio Perrotti, ingegnere e parte della squadra della Protezione civile che nel 2009 era stata incaricata delle demolizioni.

Ci racconta come nell’assegnazione degli appalti a prevalere non sia stata esattamente la logica economica o urbanistica:” Si è colta l’occasione per mettere in atto del puro clientelismo. Sono stati dati appalti a imprese fiduciarie per l’eliminazione delle macerie, le puntellature o le demolizioni e a costi eccessivi. Com‘è accaduto nel centro storico dell’Aquila”.

Se le periferie dell’Aquila si sono riempite di centinaia di nuove abitazioni tutte uguali, il centro storico della città rimane, infatti, un luogo deserto.

Pochi i progressi fatti. Le impalcature avvolgono ancora gli antichi palazzi medievali e per le vie regna lo stesso silenzio dell’aprile 2009. Un silenzio rotto soltanto dalle polemiche e dalle proteste degli aquilani, che denunciano la messa in atto di operazioni eccessivamente costose quanto inutili. Molti dei palazzi dell’antica città medievali non reggerebbero oggi a un altro terremoto.

Antonello Salvatori, ingegnere sismico, ci spiega che:” I danni, in particolar modo quelli strutturali sono tali da rendere impossibile il recupero di alcuni edifici. Subito dopo il sismo si sarebbe dovuto procedere alla demolizione di questi palazzi, per poterli ricostruire subito. Questo ci avrebbe fatto risparmiare i soldi dell’assitenza e anche quelli della costruzione degli alloggi temporanei, permettendo alle famiglie di rientrare prima nelle loro case”.

Per far tornare l’Aquila alla condizione pre sisma occorerebbero ancora cinque miliardi di euro. Cifra proibitiva in tempi di crisi e di ristrettezze alla spesa.

Una situazione che inquieta il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente; nei giorni precedenti l’apertura dell’inchiesta a carico del suo vice, che ha poi portato alle dimissioni del primo cittadino, si è scagliato contro i limiti di bilancio imposti dall’Unione europea :“Noi abbiamo trovato il modo di predere i soldi per ricostruire. Ne servono tanti e in questo momento il Governo non può darceli. Se ad esempio il Comune dell’Aquila chiedesse un mutuo a quaranta anni si sforerebbe il patto di stabilità. Davanti a una calamità naturale come fa l’Europa a non permettere di sfondare il patto di stabilità, per riparare questi danni? E’ una vergogna