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Il mercatino dei pezzi di ricambio appena smontati

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Il mercatino dei pezzi di ricambio appena smontati

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Si vende di tutto. Non solo le Tour Eiffel di latta, le borse finto-Vuitton (se ne trovano comunque meno che in Italia), le sigarette di contrabbando. Ma anche i biglietti della metropolitana – una specie di originale bagarinaggio, costano un po’ di più ma non si fa la fila alle macchinette automatiche, che per molti turisti sono complicate.
Quella che i francesi chiamano vendita «à la sauvette» (cioè improvvisata, di nascosto, col venditore pronto a mettersi in salvo in occasione di uno dei frequenti interventi della polizia) è una caratteristica della Parigi turistica, ma non solo: anche dell’ «altra» Parigi, quella che cerco di illustrare in questo blog.
Non mi sarei mai immaginato d’imbattermi su bancarelle che vendono pezzi di ricambio di auto di lusso. Eppure è successo e mi è capitato di scoprire anche come i venditori si riforniscono. Una supply-chain (come si dice oggi) molto originale e praticamente in tempo reale.

Sono a La Courneuve, periferia rischiosa, nonostante sia a non più di tre chilometri in linea d’aria dal centro sfavillante di Parigi. Come avviene spesso nelle grandi metropoli, il confine tra la città dove prevale la legge e quell’altra dove la legge la fanno le bande non è marcato ma è evidente. Basta attraversare una strada e ci si ritrova in una zona che sembra abbandonata da Dio e dagli uomini. Vie pressoché deserte che non sono nemmeno visitate dalle macchine della nettezza urbana. Ma, al riparo di un portico alla base di un vecchio edificio di case popolari, c’è un mercatino. Tavolini allineati, venditori di origine africana, qualche sparuto visitatore.
A distanza di qualche decina di metri, da una parte e dall’altra del mercatino, stanno due giovani robusti che chiaramente svolgono il ruolo di guardiani. Si assicurano sulle probabili intenzioni di chi si avvicina e sono in continuo contatto tra loro col cellulare. Devo aver passato l’esame del primo guardiano, perché mi fissa dritto negli occhi ma non mi dice nulla. Sono troppo curioso di sapere cosa si vende in questo mercatino.

Ed ecco la prima sorpresa : tubi di scappamento, compressori per l’aria condizionata, cinghie, ingranaggi vari, centraline elettroniche, radiatori, alternatori. Sono tutti pezzi di ricambio per autovetture, offerti a un pubblico che evidentemente sa di poter venire qui se è in cerca di ricambi a buon mercato al di fuori dei canali ufficiali. Chissà come questi venditori si riforniscono della loro merce…
La risposta ce l’ho dopo qualche minuto. Camminando lentamente ma senza fermarmi, fingendo un vago interesse ma senza voler provocare reazioni, arrivo alla fine del mercatino quando mi imbatto in una fila di auto parcheggiate sotto degli alberi che ne occultano in parte la vista. Ci sono diverse Jaguar, una Ford, qualche Peugeot, Audi, Volkswagen, Bmw. Sono tutte vetture di grossa cilindrata con qualche anno di età, modelli che vanno forte in quel mercato dell’usato a cui si rivolgono giovani delle periferie in cerca di mezzi di trasporto appariscenti. Hanno tutte il cofano aperto, a qualcuna mancano le ruote, su quasi tutte ci stanno intorno ragazzi al lavoro. Stanno smontando pezzi.

Ecco dunque come funziona la «filiera» : le auto vengono «prelevate» (possiamo immaginare come) e portate direttamente sul luogo del loro smontaggio e della vendita dei pezzi che ne risultano. Una «supply-chain» rapida, efficiente, probabilmente gestita da chi è in grado di ricevere ordini specifici per un determinato pezzo di ricambio relativo a un determinato modello.
Questo mercatino dove il passaggio « dal produttore al consumatore » è così rapido è troppo interessante: sperando di non essere visto avvicino il mio telefono cellulare all’orecchio ma in realtà scatto una foto per documentare quanto ho visto.
Ma il gesto non è passato inosservato al secondo guardiano, quello appostato dalla parte opposta a quella del mio ingresso nella zona del mercatino. Anche lui è un giovane robusto che probabilmente si allena nella palestra della strada. Si avvicina e mi chiede di mostrargli la foto che ho scattato. Se non lo faccio sarà costretto a prendere il mio iPhone e distruggerlo. Non mi pare di avere altra scelta e gli faccio vedere la foto. Con due rapide e abili mosse delle dita cancella la foto, senza nemmeno tentare di togliermi il telefono dalla mano. Non ha un fare che si può davvero definire minaccioso: è, direi, piuttosto professionale. In fondo anche lui, a suo modo, sta svolgendo una funzione di ordine pubblico.
Mi congeda, dicendomi : « Ora può andare, ma se ha intenzione di fare ancora delle foto è meglio che non si faccia più vedere da queste parti ».
Non posso che assentire. In fondo, poteva andarmi molto peggio.

(Nella foto in alto, uno dei mercatini « à la sauvette » più celebri di Parigi, quello all’uscita della stazione Barbès della metropolitana nel XVIII arrondissement)