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Mandela: Ollivier "comprese valore democrazia". Quella foto mai scattata

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Mandela: Ollivier "comprese valore democrazia". Quella foto mai scattata

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La morte di Nelson Mandela ha riaperto il dibattito sull’eredità lasciata dal leader della lotta all’apartheid. In collegamento con noi c‘è Jean Yves Ollivier.

Nome in codice “Monsieur Jacques” in un documentario distribuito da pochi giorni in Francia dal titolo “complotto per la pace”, la storia della cospirazione che ha portato alla liberazione di Nelson Mandela, alla pace in Sudafrica e alla fine dell’apartheid. Una trama di cui lei è il protagonista principale.

Sophie Desjardin, euronews: Il 13 Febbraio 1990, quando Mandela, libero dopo 27 anni di prigionia, affrontava la folla nello stadio Soccer City, lei pronunciò questa frase: “Mandela non sa nulla di me, nulla della mia storia segreta, che si mescola alla sua”. Lei era lì, tra la folla, come si sentì?

Jean Yves Ollivier: È stato straordinario. Era la prima volta che lo vedevo. Un uomo per il quale mi ero battuto per molti anni, senza risparmio e con tutte le mie forze, appariva davanti a me. Non conosco alcun sentimento che possa essere paragonabile all’emozione provata.

Euronews: Nelson Mandela la incontrerà in seguito, quando verrà a sapere di lei e del ruolo che lei ebbe nella sua vita, rimase impressionato da questo incontro? Cosa pensò dell’uomo che le era davanti?

Jean Yves Ollivier: Stringere per la prima volta la mano a Mandela, restare seduto accanto a lui, conversare con lui rappresentò un miracolo per me. Era ancora nel suo periodo camicia e cravatta. Non aveva ancora scoperto le famose camicie colorate alla Madiba. Mi accolse molto semplicemente con quella sua semplicità che prevaleva sempre. Tenemmo una conversazione sul suo passato, su quello che io feci per lui, sul mio punto di vista della situazione, sul perché agii. E poi improvvisamente ad un certo punto mi resi conto che avevo dimenticato la mia macchina fotografica. Un pensiero che interruppe la mia riflessione, ero distrutto all’idea di non avere la mia macchina fotografica. E quando, come era sua abitudine con i visitatori, lui stesso suggerì di fare una foto insieme, non volevo dirgli di aver dimenticato la mia macchina fotografica. A quel tempo non esistevano i telefoni cellulari. Fui solo in grado di dire: “Guardi, mister Mandela, la ringrazio molto, ma preferisco mantenere la sua immagine nel mio cuore”. Mi diedi la zappa sui piedi, perché quando lo incontrai nuovamente non potevo cambiare la mia posizione. E così non ho una foto a tu per tu con Mandela. Solo dei terzi hanno scattato una foto di me con Mandela.

Euronews: Dobbiamo ricordare che negli anni ’60 e per un lungo tempo, prima che venisse riconosciuto come eroe e uomo di pace, Mandela veniva visto da alcuni come un terrorista. Secondo lei, come è riuscito a cambiare il volto e il destino del Sud Africa?

Jean Yves Ollivier: Questo status gli è stato affibbiato da personalità molto importanti: sia la signora Thatcher che il Presidente Reagan gli diedero del terrorista. Fu considerato un terrorista perché apparteneva a un gruppo marxista-leninista che si opponeva alla destra anglosassone. Fecero di tutto per distruggere la sua immagine e la sua reputazione.

E i sudafricani tre anni prima del suo rilascio avviarono dei negoziati, annunciando di essere pronti a rilasciarlo a patto che lui rinunciasse alla violenza. Mandela non accettò alcun compromesso e si rifiutò di rinunciare alla violenza.

Ma questa paura della violenza è stata in realtà un’arma di negoziazione, sapeva che se avesse rinunciato alla violenza, avrebbe perso forza nei negoziati che seguirono. Non era un vendicativo e lo ha dimostrato. La sua posizione fu chiarita dopo il discorso di Soweto, quando illustrò la sua visione del nuovo Sudafrica. senza violenza.

Euronews: Qual è l’eredità specifica che Mandela lascia non solo al Sudafrica, ma all’intero continente africano, secondo lei che ha avuto rapporti con tanti dirigenti africani?

Jean Yves Ollivier: Grazie per questa domanda. Perché abbiamo un po’ la tendenza a limitare l’azione di Mandela, la missione di Mandela, la proiezione di quello che ha fatto al solo Sudafrica. Ma quell’uomo si è impegnato nella riconquista ideologica dei governi e della governance in tutta l’Africa. Si impegnato, ad esempio, ad imporre o cercare di imporre la democrazia in Africa e si è impegnato personalmente. È stato mediatore tra il presidente Mobutu dello Zaire e il suo successore Lorant Desiderio Cabila, è intervenuto in Burundi, ha scritto al presidente Lissoubache che non voleva tenere le elezioni a Brazzaville per affermare il suo sostegno al voto. Aveva compreso che la democrazia era necessaria per tutta l’Africa e per rafforzare la sua posizione interna.