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Repubblica Centrafricana, Francia in soccorso dell'ex colonia

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Repubblica Centrafricana, Francia in soccorso dell'ex colonia

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Un anno dopo l’operazione Serval in Mali, la Francia si appresta ad intervenire nuovamente in Africa, decisione che rischia di riaccendere il dibattito sull’influenza di Parigi nel rapporto con le ex colonie. Questa volta è la Repubblica Centrafricana a rendere necassario un intervento per fare fronte alla crisi, con l’avallo delle Nazioni Unite.

Laurent Fabius, Ministro degli Esteri francese: “Cosa vogliamo ottenere con questa operazione? Soprattutto incidere a livello umanitario, la situazione è abominevole. Poi dovremo ristabilire la sicurezza in un Paese che sta per implodere. Terzo, permettere una transizione politica, visto che le autorità esistenti sono provvisorie”

Il capo dello Stato François Bozizé è stato rovesciato a marzo da una coalizione di ribelli armati. Se si trattasse di un semplice avvicendamento tra due leader illegittimi non sarebbe nulla di sorprendente, ma il problema è che il suo successore Michel Djotodia ha rapidamente perso il controllo dei suoi sostenitori, che oggi devastano il paese sa
seminando il terrore.

In blu nella cartina sono evidenziate le zone instabili del Paese. Le ricadute sui civili sono enormi: il 25% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari. Per ristabilire il controllo sul territorio i militari africani e francesi, già sul posto, avranno bisogno di serarre i ranghi per evitare che l’instabilità si allarghi ai paesi vicini.
Gli stessi sostenitori di Djotodja lo criticano per la degenerazione che fa tremare il paese dalle fondamenta.

“Sono davvero delusa, qual‘è il ruolo di Djotodja? – si chiede una donna – è arrivato presentandosi come un liberatore, è nostro padre e dorme! O si limita ad osservare … non lo so sembra dorma. Ci uccidiamo a vicenda e lui sopravvive, chi ci guiderà?”

Sono i civili a vedere nell’intervento francese una speranza. I ribelli musulmani della coalizione Seleka sono considerati come assassini dalla popolazione a maggioranza cristiana. D’altro canto le milizie cristiane di autodifesa si sono organizzate e contribuiscono ad alimentare il clima di violenza. Il pericolo è che il Paese finisca per essere dilaniato dalle tensioni religiose. In questo contesto rischiano di trovare terreno fertile ulteriori elementi destabilizzanti come i terroristi provenienti da Sudan, Nigeria e Uganda.