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Lampedusa: l'isola che non c'è

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Lampedusa: l'isola che non c'è

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Finalmente il traghetto per Porto Empedocle lascia il molo di Lampedusa. Questi migranti siriani aspettavano da tanto tempo di poter partire.

Sono fortunati, perché sono certi di poter chiedere lo status di rifugiati. Lo faranno in Italia perché i regolamenti europei vogliono così.

Non è la soluzione ideale per loro, ma è sempre meglio che restare in un centro di accoglienza che scoppia per il sovraffollamento.

Quindi oggi, malgrado tutto, è un giorno di festa e i disagi nessuno se li ricorda più:

“Sono davvero felice – dice un’anziana donna – Tutti qui sono stati meravigliosi con noi. Meritano tutta la nostra stima.”

“Non trovo le parole. Siamo così felici! – aggiunge suo nipote – Dio ci ha aiutato ad arrivare fin qui. Eravamo così stanchi dopo il viaggio per mare e i giorni qui al centro di accoglienza… Adesso spero in un futuro migliore”.

Quello che si lasciano alle spalle è il Centro di soccorso e prima accoglienza di Lampedusa.

La dicitura significa che, normalmente, chi arriva qui dovrebbe restarci al massimo tre giorni, il tempo di essere identificato e smistato altrove.

In pratica, invece, la permanenza media è di 20 giorni, ma c‘è chi rimane un mese o più.

Il centro è dunque sempre sovraffollato, in certi periodi fino al parossismo.

Realizzato una decina di anni fa per 254 persone, quando lo visitiamo ospita oltre 600 migranti, e non è uno dei giorni peggiori.

Ecco perché, quando arriviamo, un vasto gruppo di siriani è in sciopero della fame, perché hanno visto partire persone giunte al centro dopo di loro e questo ha fatto crescere l’esasperazione.

Lo staff, assicura il direttore, fa il massimo, con mezzi che si sono anche ridotti nel tempo; solo qualche giorno fa l’Unione europea ha promesso nuovi fondi. Per ora, comunque, la tensione resta palpabile:

“Di fronte al padiglione principale deputato ad accogliere gli uomini, il cosiddetto padiglione A2, è stato svuotato un intero altro padiglione speculare in termini di grandezza dove sono state alloggiate circa altre 200 persone – dice il direttore Federico Miragliotta – È chiaro che è una situazione di sovraffollamento: nei giorni scorsi abbiamo messo, con numeri ancora superiori, a disposizione anche i nostri mezzi, l’autobus piuttosto che i pulmini, per evitare che comunque la gente rimanesse sotto la pioggia”.

Entriamo nel padiglione delle famiglie. Nel passato erano solo gli uomini a migrare, ora vengono sempre più famiglie, soprattutto dopo lo scoppio della crisi in Siria.

Qui le telecamere non entrano facilmente e non possiamo filmare i volti: ognuno di loro è un potenziale richiedente asilo.

Ci sono materassi per terra dappertutto, dall’ingresso ai corridoi, dovunque ci sia uno spazio disponibile.

Vediamo poche coperte e le lenzuola, quando ci sono, sono del tipo usa e getta. I bagni sono pochissimi, la promiscuità è un gran problema, soprattutto per le donne:

“Le donne non si trovano bene qui – dice una di loro – Ma oggi è già meglio di ieri, perché un po’ di gente è partita e c‘è un po’ più di spazio. Ieri abbiamo dormito tutti per terra, senza materasso né coperte. Sono stanca, non riesco a riposare”.

Sempre più donne arrivano incinte o con bambini molto piccoli. Tragedia nella tragedia: molte gravidanze sono il risultato degli stupri subiti nel corso del viaggio.

Così il centro si è dovuto adattare. Uno sgabuzzino è diventato una nursery ed è uno degli spazi in cui si avverte di più la precarietà della situazione.

Qui non c‘è niente da fare, a parte aspettare. Solo per i bambini vengono organizzate delle attività. Ne fanno un po’ all’interno del centro e un po’ all’esterno, grazie al concorso di Save the children Italia e della Caritas. Il loro campo è un’esperienza pilota in Europa.

Ogni giorno i bambini respirano due o tre ore fuori. Giocano, disegnano…Ed è proprio dai disegni che si capiscono i traumi che hanno subito:

Massimo Merlino, di ‘Save the children Italia’ è uno degli animatori del progetto:

“Abbiamo visto parecchi disegni di barche, disegni di navi in tempesta, con dei fulmini, della pioggia, o ad esempio questo disegno che è molto emblematico, rappresentativo di una nave in mezzo al mare stracolma di persone”

Quest’anno i Guardia coste di Lampedusa hanno salvato già 13mila persone in arrivo con le carrette del mare.

Con buone condizioni meteo e con una buona barca Lampedusa è a un’ora e mezzo dalla Tunisia e a tre ore dalla Libia. Ecco perché l’isola è la porta d’accesso dell’Europa.

Per evitare che questi viaggi della speranza finiscano in tragedia i guardia coste devono tenersi pronti ad operare in 30 minuti, qui a Lampedusa sono anche più bravi.

Giuseppe Cannarile è il comandante della locale Guardia costiera:

“L’alta operatività a Lampedusa, vista l’esperienza maturata negli anni, ci consente anche di poter reagire in tempi nettamente minori, che si aggirano intorno ai 10-15 minuti”.

In mare aperto entra in campo invece la Marina militare. Un mese fa è partita l’Operazione mare nostrum, che ha consentito il salvataggio di 3mila persone.

Per ora i mezzi sono esclusivamente italiani, si attende il concorso dei partner europei, che hanno promesso di contribuire:

“Si tratta di un’operazione militare in quanto i mezzi messi a disposizione sono dei mezzi militari – spiega il portavoce della Marina a Lampedusa Umberto Castronovo – ma si tratta di un’operazione umanitaria perché il fine, l’obiettivo principale, è quello di incrementare il livello della salvaguardia della vita umana in mare. Non si tratta di un corridoio umanitario, però, perché un corridoio umanitario dovrebbe partire da Tripoli. “

Vicino al porto nuovo, il cimitero dei barconi ci appare come una sorta di memento mori.

Fra queste carcasse arriverà forse un giorno anche la barca naufragata il 3 ottobre, nella quale hanno trovato la morte 366 persone.

Simone D’ippolito è stato il primo sub a raggiungere il relitto:

“Stai lì, aiuti a tirare su questi corpi senza vita, uno, due, cinque, dieci… a un certo punto, con la barca, ti devi fermare, perché se cerchi di andare avanti i ragazzi davanti ti dicono: ‘fermo Simone, abbiamo un cadavere sotto la prua!’ Allora, istintivamente provi ad andare indietro ma l’altro, dietro, ti dice: ‘Simone fermo perché anche qui a poppa c‘è un cadavere!’ Era un mare di cadaveri, un mare di cadaveri… Tu li tiri su e non sai neanche quanti…neanche li conti in quel momento… E poi guarda, c’era questo relitto appoggiato su un fondale di una cinquantina di metri, tutto immerso…Già il relitto, di per sé, incute un po’ di timore, no? Quando sei in acqua, un relitto sa un po’ di tenebroso…E quello particolarmente, perché era appoggiato su questo fondale di 50 metri ed era ancora in assetto di navigazione: sembrava quasi che dovesse partire da un momento all’altro. La cosa più impressionante, oltre al relitto, erano questi puntini, che prima erano dei puntini, fuori dal relitto, fuori dalla barca, immediatamente vicini alla barca, e poi, mano a mano che ti avvicini focalizzi anche quelli e ti rendi conto che non sono puntini, sono corpi senza vita anche quelli. Ce n’erano tantissimi sparsi intorno alla barca, avevano tutti la faccia rivolta verso la superficie dell’acqua.”

Tutti i migranti vogliono una sola cosa: abbandonare l’isola. Sognano il nord Europa, la Scandinavia, ma i regolamenti europei, per ora, impongono di chiedere asilo nel paese d’approdo. È una delle ragioni per cui molti arrivano illegalmente e si nascondono aspettando un buon passaggio verso nord:

“Vorrei che il mio destino mi portasse in Norvegia perché là ho degli amici – dice un ragazzo che viene dall’Etiopia – Se Dio mi permetterà di arrivarci in buone condizioni, forse potrò ambientarmi, abituarmi alla cultura e ai costumi di quel paese”.

Ma anche i 5mila abitanti di Lampedusa si sentono in trappola, incompresi e abbandonati. Abbiamo parlato con alcuni di loro:

“I ragazzi hanno da tre anni la scuola inagibile, sono costretti a fare le elemetari al liceo, con il turno pomeridiano – dice Stella – Non abbiamo una nave decente perché arriva quando vuole lei, non abbiamo aerei decenti e restiamo a terra un sacco di volte. Per la luce non è la Selis, ma è un ente privato e paghiamo tutto di più, idem per l’acqua, perché siamo in continua emergenza e ce la dobbiamo pagare noi, quindi: cosa abbiamo dallo stato? Io ritengo che non abbiamo nulla”

Aggiunge Giovanna: “Il figlio di una mia amica giorni fa è caduto e per una semplice ecografia è dovuto andare a Palermo con l’elisoccorso, cioè: ma stiamo scherzando? Per voi in continente è una cosa normale, una tac, una risonanza, è una cosa normale, andate in ospedale e ve la fate, qua partono soldi! Partono soldi per qualunque cosa. Appena si spegnerà l’attenzione su questo fenomeno dell’emergenza immigrazione, appena si spengneranno le luci, Lampedusa verrà messa nel dimenticatoio, come sempre è stato fatto. Io la definisco ‘l’isola che non c‘è’”.

Una situazione difficile per un territorio che ha come principale risorsa il turismo, oggi che la pesca non dà più quasi nulla.

Il timore è che l’isola e le sue bellezze vengano bollate per sempre con il marchio di questa emergenza che non finisce mai.