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Georgia, si è chiusa l'era Saakashvili

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Georgia, si è chiusa l'era Saakashvili

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Dopo quasi 10 anni la Georgia ha voltato pagina, scegliendo di archiviare la politica riformatrice e filo occidentale di Mickhail Saakashvili. Fu il leader della contestazione popolare che nel novembre 2003, culminò con la non violenta “Rivoluzione delle rose”.
Costrinse prima alla fuga e poi alle dimissioni, il presidente Eduard Shvardnadze, in carica da 11 anni. La Georgia diventò una Repubblica presidenziale nel 2004 e Saakashvili, eletto con il 96% dei voti, fu il più giovane capo di Stato d’Europa.

Avvocato poliglotta educato in America, sposato con un’olandese, è un amante del vino georgiano e della cultura occidentale. Mickail Saakashvili è noto per essere sicuro di sé, autoritario, irritabile, emozionale. Ha varato una politica tesa alla “ricostruzione” al fianco dell’Occidente, di apertura al mercato libero, guardando con favore alla NATO e all’Unione Europea.

Gli analisti hanno notato progressi reali nel Paese, ma allo stesso tempo i georgiani hanno imparato che il leader – accusato dall’opposizione di comportarsi da re – può essere autoritario e imprevedibile con i rivali politici. La popolarità di Saakashvili, è definitivamente crollata nel 2008, quando si sono aperte le ostilità con Mosca. Il suo partito è rimasto saldamente al potere, grazie al controllo totale sugli organi dello Stato, sui governi locali e sui mezzi di comunicazione.

Si scontrò duramente con la Russia, per il controllo delle regioni separatiste georgiane, dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud. Il conflitto diventò guerra aperta nel 2008, un passo disastroso per la Georgia, che venne rapidamente travolta sul campo. Da allora le relazioni diplomatiche sono interrotte, una linea che ha finito per incrinare la leadership di Saakashvili, avviata verso un’inarrestabile emoraggia di consenso popolare.

Al suo attivo, secondo gli osservatori, la lotta alla corruzione condotta con determinazione, nel decennio appena trascorso, e il rilancio dell’economia di un Paese piegato dalla guerra civile e dalla povertà dopo il crollo dell’Unione sovietica.

Ora concedera’ una pausa, ma non c’e’
certezza sul suo futuro politico. La Costituzione gli impediva un terzo mandato, ma sul piano teorico non gli sarebbe preclusa
in futuro la carica di premier, i cui poteri ora saranno rafforzati a scapito di quelli presidenziali.

Il nuovo presidente della Georgia, così come il premier e la maggior parte dei ministri, sono esponenti del partito del Sogno georgiano, avversari politici di Mikhail Saakashvili.

Di questa svolta abbiamo parlato con l’analista Soso Tsiskarishvili, in collegmento da Tbilisi.

*Euronews: – La vittoria dell’opposizione, prima alle legislative e ora alle presidenziali, significa forse che gli elettori georgiani hanno rinunciato all’idealismo che ispirò la Rivoluzione delle rose per adottare un atteggiamento più pragmatico?*

Soso Tsiskarishvili: – Ciò che è avvenuto è una novità assoluta nella storia recente di questo paese. In passato, i presidenti venivano eletti con l’85 o il 90 per cento dei voti, ma nessuno di loro riusciva a governare fino alla scadenza naturale del suo mandato. Ora è stato eletto un presidente che ha soltanto il 62% delle preferenze. Ma questa vittoria, questa transizione pacifica, è molto più convincente perché si fonda su un programma e su un reale sostegno politico.

*Euronews:
Il nuovo presidente è nuovo alla politica. Molti lo considerano un tecnico. Il primo ministro Ivanishvili dice che presto lascerà il proprio incarico di capo del governo a un politico più giovane. Chi governerà il paese? Le decisioni saranno prese alla luce del sole o in qualche centro informale di potere?

Soso Tsiskarishvili:
Dipende da cosa deciderà di fare l’attuale primo ministro Ivanishvili. E’ lui l’artefice del successo alle elezioni legislative dell’anno scorso e alle presidenziali di domenica. Se davvero deciderà di lasciare il suo incarico di primo ministro e non coopererà con il suo successore e con le nuove autorità governative, allora la Georgia potrebbe ritrovarsi con due centri distinti di influenza politica.