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Haneke: successo serie tv è ottima notizia dagli effetti imprevedibili

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Haneke: successo serie tv è ottima notizia dagli effetti imprevedibili

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Negli ultimi venticinque anni, Michael Haneke si è affermato come un regista tra i più interessanti nel panorama cinematografico. Dalle sue prime opere fino a “Amour”, premio Oscar 2013 come miglior film straniero, ha creato uno stile unico: sobrio, aderente alla realtà, rivelatore di paure e tabù collettivi. Euronews lo ha incontrato a Oviedo, in Spagna, dove il regista austriaco è venuto a ritirare un nuovo riconoscimento conferito dalla Fondazione Principe delle Asturie.

Anja Bencze, euronews: Michael Haneke, i premi e i riconoscimenti che lei ha ricevuto formano un lungo elenco: Premio del film europeo, Premio del film tedesco, Golden Globes, due Palme d’oro, un Oscar, ora il Premio Principe delle Asturie. Quale di tutti questi le fa più piacere?.

Michael Haneke: Ci tengo a ogni riconoscimento, perché ciò che voglio è che i film siano visti e i premi aiutano sempre a incuriosire il pubblico. Ogni premio che ho ottenuto mi ha fatto piacere. Un premio importante si apprezza ancora di più se si aggiunge a tanti altri. Ma questo non significa che non sia contento anche del premio attribuito da un piccolo festival. Al contrario, fa molto piacere.

euronews: “Amour” è un film sull’amore, sul fine vita e la paura della morte. E’ un film che ha conquistato diversi premi e che segna un momento molto alto della sua carriera. Qualche mese fa ci sono stati gli Oscar. Ora, a mente fredda, come si spiega che un film come questo, che tratta un tema che tutti cercano di evitare, abbia avuto un tale successo?

Haneke: Credo che dipenda dal momento in cui il film è uscito. Dico spesso che, dieci anni fa, non avrebbe avuto lo stesso successo. E’ un tema che, di recente, è stato messo al centro dell’attenzione pubblica dai media perché è un tema di cui si dovrebbe parlare. Ma è stato anche un colpo di fortuna. Sia io che i produttori, quando ho detto che avrei voluto fare un film su questo argomento, abbiamo pensato che non avrebbe attirato spettatori e che sarebbe stato meglio lasciar perdere. Ma dal momento che mi interessava molto, perché trattava di una problematica che riguardava la mia vita personale, ho un po’ forzato la decisione. Alla fine, tutti sono stati contenti. E’ meraviglioso che sia stato realizzato.

euronews: I suoi film sono amati ma anche temuti perché obbligano lo spettatore ad affrontare le proprie paure e i propri tabù. La violenza è un tema centrale, sia quella fisica che quella psicologica. Capisce che alcuni vivono i suoi film come una tortura?

Haneke: Non posso dire che non sia così, ma nessuno è obbligato ad andare al cinema. Spesso questa critica si riferisce al film “Funny Games”. Lo avevo concepito come una provocazione per mostrare agli spettatori a che cosa si espongono quando guardano un film violento. Perché, normalmente, il cinema commerciale tratta la violenza come un bene di consumo. Ci si siede in sala per vedere che cosa succede, ma senza farsi coinvolgere, perché in fondo è solo un film. E’ un atteggiamento che mi fa arrabbiare. E la mia reazione è stata di mostrare allo spettatore di chi si rende complice.

euronews: Lei è austriaco, nato a Monaco, è cresciuto a Vienna dove abita tutt’oggi, ha lavorato in Germania e non smette di fare film in lingua francese con attori francesi. Perché? Dove si sente a casa?

Haneke: Mi sento a casa dove mi lasciano lavorare. E naturalmente è più facile fare film in Francia, film esigenti intendo, non film puramente commerciali. Per questo tipo di cinema è più facile trovare finanziamenti in Francia. Inoltre, ci sono attori eccellenti. Non voglio dire che non ci siano ottimi attori anche in Germania, ma le cose sono andate così. L’occasione di lavorare in Francia la devo a Juliette Binoche che ha visto i miei film austriaci e mi ha contattato per chiedermi di fare qualche cosa insieme. Il mio stupore fu enorme, pensavo che qualcuno volesse farmi uno scherzo. Ma poi abbiamo fatto un film, a cui sono seguite altre occasioni. Oggi ho molti amici in Francia e mi piace lavorare lì. Ma questo non significa che non voglia più lavorare in Germania o in Austria. Dipende anche dalla storia che si vuole raccontare.

euronews: Quando si cerca il suo nome su Google, si trova un account Twitter di Michael Haneke con commenti piuttosto buffi. Si tratta della parodia di un giornalista che è anche un suo fan. L’account è stato chiuso, ma in alcuni momenti ha attirato più di ventimila follower. La cosa la diverte, ma lei non apprezza molto i social media. Perché?

Haneke: Non ho detto questo. Mi ha fatto ridere perché non lo sapevo, sono stati alcuni studenti a dirmelo. Allora ho guardato e l’ho trovato divertente, tutto lì. Non è vero che non apprezzo i social media. Al contrario, il nuovo film che sto scrivendo tocca in parte l’argomento. Ma non è un ambito in cui mi muovo molto. Mi manca il tempo per questo genere di cose.

euronews: Ha accennato a un nuovo film in lavorazione. Di cosa si tratta, può dirci qualcosa in più?

Haneke: Non posso rivelare nient’altro perché l’ho fatto troppo spesso in passato e poi ho dovuto correggermi e scusarmi perché il film parlava di tutt’altro rispetto a quello che avevo previsto all’inizio. Quindi mi sono ripromesso di non farlo più.

euronews: In questo momento, molti registi americani si stanno discostando dal cinema per realizzare serie tv. Lei proviene dalla televisione, crede che la tv possa rappresentare uno sbocco anche in futuro?

Haneke: Se il cinema commerciale resta così insulso, è del tutto naturale che chi ha qualche ambizione intellettuale cerchi una nicchia. Dieci anni fa, nessuno avrebbe immaginato che oggi la televisione avrebbe vissuto una rinascita a causa della frustrazione dei registi più intellettuali degli Stati Uniti, che si rifugiano nelle serie tv. E’ meraviglioso che lo facciano. Perché in parte si tratta di storie davvero intelligenti, che non hanno più spazio nel cinema americano. Quindi, perché non farlo? Le conseguenze di tutto ciò, nessuno può prevederle. Altrimenti avremmo previsto anche quello che sta accadendo oggi.

Fino a quando me lo permetteranno, continuerò a lavorare. Fino a quando avrò idee. E’ possibile che un giorno non ne avrò più e allora non mi sforzerò per trovarne. Ma fino a quando la gente vuole vedere i miei film, non c‘è ragione di smettere.