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Dal dimenticatoio al ricatto al Paese: la parabola del Tea Party

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Dal dimenticatoio al ricatto al Paese: la parabola del Tea Party

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Risorto dalle ceneri proprio quando lo si dava per morto.

Ridimensionato alle primarie repubblicane dello scorso anno, il Tea Party di Sarah Palin ha dimostrato negli ultimi giorni tutto il suo peso, tenendo sotto scacco il Paese sulla questione del default.

Figura di spicco dell’ala dura dei repubblicani è il Senatore del Texas Ted Cruz, di recente all’onore delle cronache per un discorso-maratona di 21 ore contro la riforma sanitaria voluta da Obama.

“Uno dei motivi per cui la gente è così scontenta di Washington – dice – è perché si ha l’impressione che favorisca i potenti. Si fanno eccezioni per Wall Street. Si fanno eccezioni per le grandi banche. Si schiacciano le piccole banche, ma che cosa accade ai pezzi grossi? Continuano a prosperare. E questo perché a Washington si fanno leggi che li favoriscono, a scapito dei più piccoli”

Il Tea Party irrompe sulla scena politica statunitense alle elezioni di metà mandato del 2010. Molti alle prime armi in politica, i suoi esponenti gonfiano le cifre della vittoria repubblicana alla Camera dei Rappresentanti. Non è la valanga che Obama temeva, ma quanto basta perché la speaker democratica Nancy Pelosi debba cedere il testimone a John Boehner.

Dei 435 seggi della Camera dei Rappresentanti 232 vanno ai repubblicani, che strappano così una comoda maggioranza ai democratici. In seno al partito cova però la ribellione del Tea Party: un’armata fluttuante fra i 30 e i 60 simpatizzanti, in grado di spostare voti, equilibri e non solo.

Meno Stato, più armi e niente aborti, i principali termini della semplicistica equazione che al grande pubblico riassume la moderna crociata di questi ferventi cristiani.

Chiave del loro successo è un’intransigenza promossa a cifra politica. E che in anni di crisi, insieme allo spauracchio dello strapotere di Washington, finisce per prendere anche di mira i big di credito e finanza.

“Molti, fra i nuovi esponenti del Tea Party, nutrono una forte antipatia per Wall Street e per le grandi banche – spiega il politologo Greg Valliere -. Per una buona parte della base, incarnano i cattivi. Non credo quindi che l’accanito lobbying della finanza farà breccia su questi repubblicani radicali”.

Maturato con il muro contro muro sul default, lo strappo con il partito sarebbe secondo molti ormai irrecuperabile. Momento della verità le prossime primarie repubblicane, su cui già tirano venti di scissione.