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Shutdown USA: miliardi in fumo e PIL che trema

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Shutdown USA: miliardi in fumo e PIL che trema

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A finire tra parentesi insieme ai servizi non essenziali è l’economia di un intero paese. Lo shutdown prosegue e a Washington si cominciano a fare allarmati conti sul prezzo che toccherà pagare.

Altra faccia dello stallo politico fra Democratici e Repubblicani è il congelamento di migliaia di stipendi e di un’intera macchina produttiva.

“Ciò a cui stiamo assistendo è una vera battuta d’arresto dell’economia – dice l’economista capo di Mizuho Securities, Steven Ricchiuto -. Sempre più progetti e programmi sono congelati e posticipati e credo che cominceremo a pagarne il prezzo anche sul Prodotto Interno Lordo”.

800.000 i dipendenti federali a cui è stato congelato lo stipendio. Punta di un iceberg che è stimato costi 300 milioni di dollari al giorno alla sola città di Washington. Otto miliardi alla settimana su scala nazionale, che in 14 giorni potrebbero rosicchiare fino all’1,4% del Pil.

Cifre astronomiche rispetto al miliardo e mezzo di dollari – e all’infinitesimale incidenza sul prodotto interno lordo – dello shutdown del 1995-1996.

L’abile gestione allora assicurata dal presidente Clinton riuscì a trasformare una crisi in vittoria politica per la Casa Bianca.

Di fatto senza precedenti, lo shutdown venne largamente imputato a quella che l’opinione pubblica percepì come “intransigenza repubblicana”, piuttosto che alle politiche del presidente.

Precedenti che inciderebbero secondo molti sulla linea di Obama. Sondaggi che per oltre il 60% imputano l’attuale blocco ai Repubblicani sono infatti un balsamo per una popolarità vacillante. Gli economisti temono però le possibili ricadute.

A pagarne, sostengono, potrebbero essere a breve anche la fiducia di consumatori e imprese: indici fondamentali non solo perché la complessa macchina dell’economia possa continuare a girare, ma anche perché Wall Street non trasmetta incertezze ai mercati mondiali.

L’ora della verità per innalzare il tetto del debito è fissata al 17 ottobre. Un mancato accordo porterebbe al default: una prospettiva per cui Obama già spende termini come catastrofe, follia e addirittura bomba atomica sull’economia.

“Se si incontrassero difficoltà nell’innalzare il tetto del debito – dice Olivier Blanchard, economista capo del Fondo Monetario Internazionale -, una delle possibili ricadute è che la ripresa che stiamo vivendo si trasformi in recessione o in qualcosa di peggio”.

Tra le voci più insistenti c‘è ora quella di un possibile accordo fra Democratici e Repubblicani per un innalzamento solo temporaneo, che consenta di prendere tempo. E di fatto, rimandare la soluzione.