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Profughi siriani in Libano: un'emergenza sempre più forte

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Profughi siriani in Libano: un'emergenza sempre più forte

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A Sidone, nel sud del Libano, viene distribuito il cibo ai profughi. Le organizzazioni non governative locali si sono riunite per coordinare gli aiuti umanitari destinati ai rifugiati che arrivano dalla vicina Siria. Le stime dicono che solo il Libano abbia accolto oltre la metà dei 2 milioni e mezzo di profughi siriani in fuga dal conflitto dal 2011.

Khassan Khankeer, portavoce della Federazione delle ONG di Sidone spiega: “La nostra situazione è sempre più difficile, perché il numero dei rifugiati continua ad aumentare. Nella città di Sidone, gli abitanti cercano anche di aiutarli, dandogli i loro vestiti o ospitandoli. Fanno quello che possono. Ma il problema si fa sempre più complicato ogni giorno”.

Per Ali Taha Abdallah e i suoi due figli, i pacchi di cibo sono di importanza vitale. Fanno parte delle decine di migliaia di profughi palestinesi partiti dalla Siria per il Libano, dove la situazione è davvero instabile. Dopo la concessione di permessi di soggiorno temporanei, il Paese ha negato loro l’accesso a fine agosto.

Il lasciapassare di Ali non è più valido e la sua presenza è ormai illegale. Vive nel campo palestinese di Ayn al-Hilwe a Sidone, il più grande del Paese.

Nato in Libano, aveva tre anni quando la sua famiglia fu costretta a scappare in seguito all’intervento militare israeliano del 1982. Ha passato la sua vita nel campo profughi di Yarmouk, in Siria, prima di essere costretto a scappare di nuovo con la moglie e i due figli.

“Il problema è che, in quanto palestinese libanese, devo registrare i miei figli in Libano” dice Ali. “Ogni volta che presento i miei documenti, mi dicono che non sono validi, perché devono essere autenticati dal ministero degli esteri in Siria. Ho fatto avanti e indietro, ho provato di tutto. Alla fine ho mandato mia moglie in Siria perché cercasse nuovi certificati di nascita, ma là nessuno può accedere agli archivi delle amministrazioni. Ora è bloccata in Siria da un mese, perché il Libano non permette più ai palestinesi di passare il confine”. Sono arrivato al campo di Ayn al-Hilwe, non ho fatto che spostarmi, che passare da un campo profughi all’altro. Vivo situazioni di degrado e sono continuamente in fuga”.

Senza permesso di soggiorno, Ali non ha diritto agli aiuti umanitari da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi. Costretto a occuparsi dei figli, ha perduto il lavoro. Ha venduto tutto quello che aveva per sfamarli e vestirli e oggi può fare affidamento solo su atti di beneficenza occasionali.

Riferendosi ai suoi bambini, Ali continua dicendo: “Li amo e ho molta paura per loro. Sono quanto di più caro abbia al mondo. È solo per loro che sopporto tutto questo. Li amo più di qualunque altra cosa. Ma questo non basta”.

L’arrivo dei palestinesi dalla Siria ha portato al collasso la situazione dei campi profughi come quello di Ayn al-Hilwe. Gli abitanti dimostrano la loro solidarietà, ma la tensione cresce. Le divisioni tra sostenitori e oppositori del regime di Bashar al-Assad dilagano e gli incidenti nel paese sono sempre più frequenti.

Per le strade di Beirut, la presenza dei rifugiati siriani diventa argomento di conversazione. L’inquietudine cresce e si fa sentire, come l’impatto sulla stabilità e sull’economia del Paese.

“È davvero una tragedia” commenta Shady Zoghy, un abitante di Beirut. “I problemi riguardo alla sicurezza sono sempre di più. È diffuso un modo di pensare razzista e nazionalista, specialmente in quelle zone in cui i libanesi sono poveri, non trovano lavoro e vedono i siriani che glielo portano via. Questo problema deve essere affrontato con maggiore impegno. Soprattutto il numero, il numero di rifugiati è inaccettabile”.

“Sul piano economico, un siriano che arriva in Libano prende il posto di un libanese” afferma Adnane Haraké, un altro cittadino di Beirut. “Lavorano in tutti i settori e lo Stato non esercita alcun controllo. Invece bisogna che lo faccia, devono mandarli nei campi profughi e non farli uscire. Devono dargli da mangiare e basta”.

“Vedo i siriani dormire per la strada e questo mi rende molto triste” racconta ancora un’abitante della capitale libanese. “Basta! Basta! Basta! Povera gente! Bisogna aiutarli. Non in Libano, non possiamo farci carico di così tante persone. Ma devono fare qualcosa per loro, ristabilire la pace nel loro Paese, in modo tale che possano tornare a casa”.

Tornare a casa è anche il sogno di tanti rifugiati Occasionalmente trovano un lavoro sottopagato, come nei campi nella zona occidentale della valle della Bekaa. Un supporto necessario, oltre all’aiuto umanitario fornito a quelli che sono registrati presso l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati, di cui l’Unione Europea è il primo finanziatore in Libano.

Oltre alla distribuzione di cibo e di generi di prima necessità, le ONG cercano di migliorare le condizioni sanitarie e di rendere meno precarie le case dei rifugiati, o di fornire un supporto educativo ai bambini. Ma le somme impegnate non bastano a far fronte a tutte le esigenze.

Per i bambini arrivati insieme a una parte delle loro famiglie, il vero problema è un altro:
“Il nostro sogno è di ritornare nella nostra patria” dicono tutti insieme. “Questa terra non è la nostra, vogliamo ritrovare la nostra terra e vivere nelle nostre case. Vogliamo tornare nelle nostre scuole, imparare nelle nostre scuole. La Siria è il nostro onore, la nostra dignità, è tutta la nostra vita. Sogniamo di rimettere piede sulla terra del nostro Paese. E che i nostri sogni si avverino, se Dio vuole”.

Nel frattempo, l’UNHCR ha dovuto ridurre il programma di aiuti ai rifugiati siriani per mancanza di fondi.

Le famiglie meno bisognose non ricevono più aiuti alimentari. Hanno comunque il diritto di farne richiesta.

“Quelli che hanno veramente bisogno di aiuto possono chiederlo” spiega Lisa Abou Khaled, portavoce dell’UNHCR nella valle della Bekaa. “I nostri dipendenti vanno a fargli visita per assicurarsi che chi si trova in una condizione di bisogno non venga privato dell’assistenza”.

Per gli abitanti del campo si tratta di una magra consolazione. Chiediamo alla loro portavoce che cosa si aspettano da parte della comunità internazionale, dell’Occidente e del mondo arabo.

“Oggi non ne possiamo più, ne abbiamo abbastanza” racconta Amal, una rifugiata siriana. “La gente è stanca. Il nostro umore è a terra. Molti giovani sono morti in Siria. Che speranze abbiamo? Mio fratello è morto. Tornerà? Gli altri Paesi mi restituiranno mio fratello? Basta, se n‘è andato per sempre. Cosa posso aspettarmi e sperare ancora? Non mi resta che attendere la decisione di Dio. Se il mondo non si muove, che cosa potrei aspettarmi? È tutto I giovani sono morti, erano i migliori, e continuano a morire. Quali speranze abbiamo? Dopo tutto quello che è successo, ora dormono. Lasciateli riposare in pace per sempre” conclude Amal.