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Musica, poesia e teatro: a Kiev va in scena il "freak-cabaret"

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Musica, poesia e teatro: a Kiev va in scena il "freak-cabaret"

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Sette artiste, quindici strumenti musicali e performance in più di cinque lingue differenti: non è facile dare una definizione delle Dakh Daughters.

Le dirette interessate lo hanno ribattezzato “freak-cabaret”: musica, poesia, ballo e teatro si fondono, per dare vita ad una performance provocante dove a regnare è il contrasto.

Nella canzone “Rozy/Donbass”, ispirata alle ballate popolari della regione del fiume Donec, nella nativa Ucraina, recitano con impenetrabile serietà l’inizio di un sonetto di Shakespeare: “Hanno spine le rose, fango gli argentei rivi…” Il tutto nei loro costumi ai limiti del grottesco.

Su YouTube il brano ha collezionato centinaia di migliaia di clic in poche settimane e lo spettacolo del gruppo è stato uno dei più attesi nell’edizione 2013 del Gogolfest, il Festival ucraino di arte contemporanea.

Gruppi rock, progetti da soliste, balletto, recitazione: le ragazze hanno un background estremamente variegato, il che permette al loro stile di sfuggire ad ogni definizione.

“Il termine ‘Freak” può essere tradotto come “strano”. Siamo tutte strane e questo ci dà una libertà enorme nel teatro, nella musica, in ogni cosa”, racconta una delle ragazze

“Tutto quello che facciamo emerge da qualche punto nello spazio – aggiunge un’altra – Ci sediamo tutti assieme, ciascuno porta le proprie idee fino a quando non emerge qualcosa di intero. Per quanto riguarda gli strumenti, suoniamo il contrabbasso, il violoncello, le tastiere, la batteria, la chitarra, la fisarmonica, il violino, lo xilofono, l’organo… ok, l’organo è ancora in fase di programmazione, ma lo introdurremo di sicuro”.

Lo spettacolo con cui hanno aperto al Festival, “Né Dio, né Re, Né Tribuno”, prende il suo nome da una frase del testo dell’Internazionale comunista.

Il gruppo ha avuto origine su un palco di teatro: tutte le sue artiste vengono dal Centro di Arte Contemporanea della capitale Kiev, il “DAKh”. In italiano, “il tetto”.

È stato proprio sotto questo tetto che il direttore, Vladyslav Troitsky, ha dato vita al progetto. L’uomo è anche il fondatore del festival intitolato allo scrittore Nikolai Gogol, che ha luogo in una vecchia fabbrica di cemento.

“Il messaggio della Gogolfest è: smettetela di scoraggiarvi, sperando che arrivi qualcuno a rendere la vostra vita migliore. Ecco perché abbiamo deciso di chiamare il nostro spettacolo di apertura “Né Dio, né Re, Né Tribuno””, sottolinea Troitsky.

“Questa struttura – dice – non è proprio la migliore è una zona industriale, ma, forse, è proprio da qualcosa di fatiscente come questo luogo che può scaturire la magia”.

Le figlie del DAKh non ci hanno messo molto ad espandere i loro orizzonti: l’anno scorso si sono esibite al teatro parigino “Le Monfort” e quest’anno sono arrivate al Gogolfest con uno spettacolo co-prodotto insieme al direttore, l’ex artista circense Stephane Ricordel.

Intotolata “La Stazione”, la rappresentazione narra la storia di un ex capostazione solitario, immerso in un viaggio onirico fatto di amore, rimpianto e infelicità.

Ai microfoni di Euronews, Ricordel racconta che a impressionarlo è stata soprattutto la tenace dedizione delle “Dakh Daughters”, le quali hanno preparato lo spettacolo in soli dieci giorni.

“Sono davvero professionali. È davvero una sensazione forte vedere queste ragazze, così concentrate, così forti, che ti guardano dritto negli occhi, così coinvolte nello spettacolo”, spiega Ricordel.

“Per cui – aggiunge – per me il tutto trasmette una sensazione di potenza. Volevo solo aggiungere un po’ di loro all’interno dello spettacolo. È un po’ come il sogno di questo personaggio, Dima, e le ragazze vanno e vengono come durante un sogno. Il personaggio è da solo e non succede nulla, ma stanno solo facendo i propri sogni”.

Il Gogolfest, che si chiude il 22 settembre, ha visto la partecipazione anche dei DakhaBrakha. In Ucraino “Dare e ricevere”, il quartetto definisce il proprio stile “etnico-caotico”: melodie indiane, arabe, africane, russe e australiane che arricchiscono brani di musica popolare ucraina.

Ancora una volta, è la compenetrazione di stili differenti a farla da padrone.