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Germania, continua a fare scandalo la sorte dei "lavoratori schiavi"

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Germania, continua a fare scandalo la sorte dei "lavoratori schiavi"

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Il caso non è nuovo ma continua a suscitare indignazione. Lo scorso giugno, un reportage del canale tedesco ARD documentava le condizioni, al limite dello sfruttamento, imposte a lavoratori stranieri in un paese come la Germania, locomotiva economica d’Europa: dormitori promiscui, orari flessibili e stipendi da fame.

Il governo regionale della Bassa Sassonia sollecita misure federali per combattere gli abusi.

Stephan Weil, primo ministro della Bassa Sassonia: “E’ ora di finirla. Stiamo parlando di persone che lavorano per aziende tedesche: devono quindi essere trattate umanamente e avere diritto a una rappresentanza sindacale”.

In Germania, dove non è previsto il salario minimo, un lavoratore può guadagnare anche soltanto 3 o sei euro all’ora, per una busta paga da 300 o 500 euro al mese. Trattamenti diffusi nel settore agroalimentare, che consentono al paese di praticare prezzi concorrenziali.

In Germania, i cosidetti “lavoratori poveri” sarebbero circa due milioni. Nel contesto europeo, i meno tutelati sono quelli stranieri, inviati dal loro datore di lavoro in un altro paese dell’Unione. Secondo la Commissione di Bruxelles, questi lavoratori low cost sono un milione e mezzo.

Queste forme moderne di schiavitù minacciano di destabilizzare l’economia dell’Unione. Le istituzioni europee faticano ad armonizzare le norme in vigore nei diversi paesi membri. Quanto agli imprenditori, il commento del rappresentate degli industriali della Bassa Sassonia la dice lunga:

Ernst Michael Andritzky, Associazione delle aziende del settore alimentare della Bassa Sassonia: “Se un imprenditore fabbrica in casa i suoi prodotti o se compra determinati beni o servizi, questo rientra nella sfera della sua libertà imprenditoriale, che è sancita dalla costituzione. Il parlamento può fare poco per cambiare questo stato di cose. Tutto questo attivismo è dovuto solo alla febbre pre-elettorale”.

A confermare che in Germania il problema è reale, ci ha pensato Amazon. Alcuni mesi fa, un’inchiesta giornalistica rivelò che il colosso delle vendite online sfruttava i lavoratori precari nel suo centro di Hesse. Un caso che fece scandalo, ma a cui non seguirono azioni concrete.