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La crisi in Siria inasprisce i contrasti tra le comunità libanesi

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La crisi in Siria inasprisce i contrasti tra le comunità libanesi

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L’attentato nella periferia sud di Beirut è una nuova dimostrazione di come la contrapposizione tra i ribelli e Bashar Al Assad in Siria sia sconfinata nel vicino Libano. Quest’attentato è stato tra i più sanguinosi degli ultimi trent’anni in quest’area, feudo del partito sciita, sceso al fianco delle forze fedeli al presidente siriano.

E’ un piccolo gruppo sconosciuto, “le brigate di Aisha”, a rivendicare l’attentato: “Hassan Nasrallah, ti inviamo il nostro secondo messaggio, visto che continui a non capire”.

Il leader storico di Hezbollah, all’inizio della primavera araba si era espresso a favore dei ribelli, ad eccezione di quelli siriani: secondo Hezbollah la rivolta siriana è un complotto di Stati Uniti e Israele.

“Abbiamo deciso – aveva detto Nasrallah a giugno – di impegnarci nel conflitto per impedire che si compia il complotto sul suolo siriano. Questa decisione è stata presa dopo una lunga riflessione”.

Numerosi membri di Hezbollah combattono al fianco dell’esercito siriano, hanno contribuito anche alla riconquista della città di Qusair. Un sostegno che si spiega con ragioni storiche e religiose: la lunga lotta del “partito di Dio” contro Israele, l’appartenenza comune allo sciismo con l’alauita Assad.

Anche i ribelli siriani dell’esercito libero identificano i propri nemici. In un video risalente a giugno, mostrano i documenti d’identità di quattro libanesi sciiti. Dicono di averli uccisi mentre stavano cercando di entrare in Siria.

In Libano si è dunque riacceso lo scontro tra comunità: sunniti, nemici del regime siriano, contro sciiti di Hezbollah, fedeli a Damasco, in funzione anti-israeliana. E Israele viene chiamato spesso in causa come mandante degli attentati per indebolire il movimento sciita. Il rischio è un conflitto ancora più ampio a livello regionale.