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Egitto: l'UE cerca di farsi motore del dialogo

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Egitto: l'UE cerca di farsi motore del dialogo

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L’Unione europea prova a ritagliarsi un ruolo negoziale in Egitto: è Catherine Ashton a cercare la via del dialogo, incontrando sia il governo sia l’ala politica dei Fratelli Musulmani, il Partito della Giustizia e della Libertà, di cui faceva parte il deposto Presidente Morsi.

La responsabile della diplomazia europea ha incontrato il Ministro degli Esteri egiziano, ma in queste ore avrà colloqui anche con il presidente ad interim Adli Mansour, alcuni rappresentanti del Partito della Giustizia e della Libertà, e il generale Abdel Fattah al-Sisi, a Capo delle Forze Armate che hanno spodestato Morsi e installato il governo provvisorio.

Un cambio di regime invocato da folle immense che accusavano Morsi di voler gestire un potere quasi assoluto, ma ora sono enormi folle dell’altro campo a protestare e le decine di morti al termine di un sit-in all’alba di sabato hanno allertato le diplomazie internazionali.

Nel timore, soprattutto, che la tensione sia destinata a crescere ulteriormente: i Fratelli Musulmani non sono disposti a lasciare le piazze, e migliaia di manifestanti continuano a mobilitarsi nonostante i divieti e gli ultimatum.

Mohammed Shaikhibrahim, euronews:

-Con noi, per un’intervista in esclusiva, il ministro degli Esteri egiziano, Nabil Fahmy.
È stata registrata una generale condanna da parte di un gran numero di Paesi sugli avvenimenti di piazza Rabbya Adawiya.
Una condanna che farà la differenza anche all’interno del ministero degli esteri?

Nabil Fahmy:

“Chiariremo la nostra posizione in modo che il contesto generale sia capito da tutti, perché tutti gli eventi sono legati a un contesto.
Le tensioni sono il risultato di minacce alla sicurezza del Paese.
Per fare un esempio il commissariato di Mansoura è stato attaccato con esplosivi le forze dell’ordine sono state messe in allerta e in occasione di manifestazioni non pacifiche ci sono stati scontri tra questi manifestanti e le forze dell’ordine da un lato e questi manifestanti e le forze dell’ordine”.

-Recep Tayyip Erdogan ha respinto quello che in Egitto è chiamato golpe militare e ha detto che non riconoscerà altro presidente eccetto Mohamed Mursi. Sono seguite tensioni tra Egitto e Turchia. Come le supererete?

“Ritengo che le dichiarazioni turche siano andate un po’ oltre sia dal punto di vista diplomatico che politico.
Si tratta di un affare interno all’Egitto e il popolo egiziano ha un punto di vista diverso da quello del premier turco.
Malgrado tutto, le relazioni turco egiziane e gli accordi tra i due Paesi sono più importanti rispetto alla posizione di un personaggio politico o di una dichiarazione. Ma noi agiamo tenendo a mente una visione strategica”.

-La posizione americana sull’Egitto è sempre ambigua. Stando a alcune fonti, ci sarebbe una tensione diplomatica tra il governo attuale in Egitto e gli Usa.
Finora gli Stati Uniti non hanno definito quanto accade in Egitto una rivoluzione.

“Le dichiarazioni americane vertono finora sulle preoccupazioni sulla violenza in Egitto e sui propri interessi, Washington vuole tenere a bada la situazione così da garantire la pace e la continuazione del processo democratico. Accettiamo queste dichiarazioni, ma tutti devono sapere che le tensioni che viviamo oggi sono il risultato di un ricorso alla violenza da parte dei manifestanti, non pacifici ovviamente”.

-Abbiamo notato, noi giornalisti, che recentemente alcune televisioni egiziane hanno attaccato i palestinesi che vivono in Egitto, accusandoli di essere responsabili di questi fatti.
Cosa che non è piaciuta a alcuni dirigenti palestinesi, qual‘è léa posizione del suo ministero e come gestirete questo dossier?

“Il sostegno egiziano non verrà mancare alla causa palestinese, non cambieremo posizione.
Quello che abbiamo visto nelle strade e nelle piazze e sulle televisioni varia a seconda dell’appartenenza politica e delle informazioni che hanno i media che hanno parlato di queste azioni di Hamas in Sinai.
Azioni smentite da Hamas.
Pertanto questa situazione è strettamente legata alla sicurezza nazionale egiziana, niente a che vedere con sentimenti contro i palestinesi o con un cambiamento di posizione sulla causa palestinese.