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Egitto, il peso della crisi politica sull'economia

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Egitto, il peso della crisi politica sull'economia

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I turisti all’ombra delle piramidi continuano a diminuire. Il grido di allarme è quello degli analisti finanziari, preoccupati per l’impatto della crisi egiziana sulla fragile economia del Paese.

Dopo la Rivoluzione del 2011, il Paese è stato superato persino dal Pakistan nelle classifiche sulla sicurezza per gli stranieri.

Ora il settore, che vale l’11% del Pil e dà lavoro a 2,8 milioni di persone, rischia di arenarsi nuovamente: “Ci ha colpito in pieno. La nostra attività sta collassando”, spiega Walid El Batouty, comproprietario di un’agenzia turistica.

“Siamo fermi per almeno tre anni. Questo governo ha avuto tante possibilità per fornire un qualche genere di aiuto. Per cui, ci serve una medicina, e sarà molto amara, ma la dovremo prendere. Ecco perché siamo fermi, e saremo ancora fermi”.

Meno turisti vuol dire meno riserve di valuta straniera. Il Paese sopravvive grazie ai prestiti di Qatar e Libia, ma i rubinetti si stanno chiudendo e con essi le forniture di benzina e alimentari, beni tradizionalmente importati.

Svanita, sembra, la speranza di ottenere un prestito da 5 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale: troppo poche garanzie. All’Egitto non rimangono che gli aiuti erogati dagli Stati Uniti.

Nel frattempo i timori continuano ad allontanare gli investitori: da inizio anno la Borsa del Cairo ha perso oltre 14 punti percentuali.

Il bilancio si aggrava con l’aggravarsi della protesta sulle strade e delle violenze: questo mercoledì la Banca centrale ha ordinato la chiusura anticipata degli sportelli, decine i titoli sospesi per eccesso di ribasso, mentre il principale indice azionario perdeva lo 0,3%.