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Turchia: la protesta diventa disobbedienza civile

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Turchia: la protesta diventa disobbedienza civile

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Dopo i raduni, le proteste, le violenze e le cariche della polizia, in Turchia i manifestanti non gridano più.

Protestano stando in piedi immobili, in silenzio, con lo sguardo fisso sulla bandiera nazionale, in piazza Taksim e come in molte altre del Paese.

Questa nuova forma di manifestazione del dissenso è stato battezzato con il nome di “Duranadam”, che in turco significa “l’uomo che apetta”. Il primo ad attuarla a Istanbul è stato un coreografo. Alla polizia ha detto che aspettava in piazza il ritorno di una vittima degli scontri.

I feriti fra i dimostranti sono stati migliaia. Alcuni giovani hanno perso la vista a causa dei lacrimogeni e degli acidi mescolati all’acqua sparata dagli idranti della polizia.

Il premier Recep Tayyip Erdoğan ha scelto la via della repressione, ma ha gettato benzina sul fuoco, trasformando una battaglia ecologista per salvare l’ultimo polmone verde di Istanbul, in un moto nazionale contro l’autoritarismo del governo.

“La popolarità di Erdogan non è diminuita, ma è stata scalfita”, dice l’analista politico Dogu Ergil, “Non è stata messa in discussione la legittimità della sua leadership, ma il suo stile e come il governo ha gestito la crisi. La società turca, o almeno una parte di essa, sta dicendo che non vuole stare sotto l’occhio di un ‘grande fratello’”.

Se le elezioni si tenessero oggi, Erdogan non avrebbe più una maggioranza sicura come nel passato. Metà del Paese è ancora con lui e gli è grata per il miracolo economico di cui è stato fautore, ma molti suoi ex-elettori sono delusi dalla risposta che ha dato alle istanze democratiche nel Paese.

Per molti analisti è difficile prevedere gli sviluppi futuri di questa protesta, che sta evolvendo in forme di disobbedienza civile.