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Iran: come uscire dalla crisi

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Iran: come uscire dalla crisi

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Più povertà e più disoccupazione in Iran.
La divisa nazionale, il rial, è ai minimici storici.

Si tratta solo di alcuni indicatori economici per descrivere la situazione iraniana dopo i due mandati presidenziali di Mahmoud Ahmadinejad.
Malgrado tutto, la domanda che ci facciamo è, possiamo sperare in un miglioramento della situazione economica.

Con noi Shahin Fatemi, professore di Economia all’università americana di Parigi. Ma prima guardiamo questo servizio.

Nel giugno del 2003, Mahmoud Ahmadinejad è eletto per la prima volta presidente. Populismo e le entrate del petrolio ridistribuite nelle tasche dei cittadini sono il biglietto da visita con cui si presenta al Paese.

Negli ultimi mesi del precedente mandato annuncia un sistema di sussidi, un’operazione chirurgica, come l’ha definita, per l’economia iraniana. L’obiettivo: aiutare i ceti meno abbienti.

Ahmadinejad ha iniziato la sua carriera di presidente in un momento felice del suo Paese: l’Iran, infatti, secondo esportatore di petrolio dell’Opec, poteva contare su un fatturato proveniente dal greggio di tutto rispetto.

Secondo i calcoli del presidente i sussidi di stato , iniettando soldi nelle tasche dei cittadini meno abbienti, doveva rimettere in moto l’economia.

Ma l’immissione di denaro liquido ha avuto come conseguenza l’aumento dell’inflazione al 40% nell’ultimo anno del suo mandato. Alcuni economisti parlano addirittura di una tasso al 60, 70%.

Anche la disoccupazione è aumentata. Stando ai dati del centro Iraniano di Statistica, negli ultimi 5 anni,circa 71 mila persone sono entrate nel mondo del lavoro e una persona su 4 è senza lavoro.

Produzione e esportazioni sono diminuite negli ultimi 8 anni. Anche l’esportazione di petrolio è rimasta vittima delle sanzioni americane e europee.

Prima che entrassero in vigore le ultime sanzioni le esportazi oni di greggio ammontavano a 2 milioni e 200 mila barili al giorno, ridotto a meno di 700 mila barili al giorno.

Un’eredità dal segno negativo per il prossimo governo che avrà tra le sue priorità ridare ossigeno al tessuto economico iraniano .

Reihaneh Mazaheri, euronews:
-Secondo l’ultimo rapporto dell’FMI, il tasso di crescita dell’economia iraniana è crollato dal due percento allo 0.09 per cento rispetto all’anno scorso. Guardando gli indicatori economici degli ultimi 8 anni, qual‘è la sua valutazione dei due mandati di Ahmadinejad?

Shahin Fatemi: “Il trend è stato negativo, la situazione internazionale e quella interna sono state tali che i fattori di crescita sono stati ridotti al minimo o eliminati.

Considerato il fatto che Ahmadinejad potesse contare su oltre 700 miliardi di dollari di entrate provenienti dal petrolio, possiamo dedurre che i suoi due mandati sono stati i peggiori della storia del Paese dalla guerra irachena(1980-88) e dalla rivoluzione”.

-Le sanzioni hanno portato l’aumento dell’inflazione. Per la prima volta il rial, la divisa iraniana, ne è rimasta vittima. L’anno scorso il suo valore si è dimezzato rispetto alle valute forti. Che cosa prevede a questo proposito?

“La relazione tra valuta e inflazione è inversamente proporzionale. Se aumenta l’inflazione diminuisce il valore della valuta, per di più l’attuale situazione dipende anche da fattori internazionali.

Quando l’economia di un Paese dipende dal petrolio, colpito dalle sanzioni, possiamo attenderci che il valore della valuta nazionale si deprezzi ulteriormente. L’inflazione continuerà a aumentare e questi problemi non saranno risolti con uno schiocco di dita”.

-Gli economisti guardano agli utlimi 8 anni come a anni di impoverimento del paese in tutti i sensi. Fino a quando la società iraniana potrà resistere a questo tipo di pressione?

“Tutto questo non sarebbe successo se la società iraniana fosse stata una società libera. Perché in una società libera, il popolo, grazie al suo voto, avrebbe obbligato il governo a cambiare le sue politiche altrimenti cambia il governo stesso.
In mancanza di libertà, il popolo non ha alcuna voce in capitolo sulle politiche governative. Fino a quando il popolo non eleggerà il proprio governo avremo questa situazione. Possiamo comunque dire che l’economia iraniana è il tallone d’Achille del regime e sarà proprio la situazione economica che potrebbe detreminare un cambiamento di regime”.

-I candidati alla presidenza stanno cercando di conquistare gli elettori con promesse economiche. Come valuta i loro programmi? Intravede valide soluzioni alla crisi economica?

-I programmi restano molto generali. La situazione economica dell’Iran è determinata dalla situazione internazionale più che da altro. E sulla situazione internazionale i candidati non possono prendere delle decisioni.
Fino a quando l’Iran non sarà in grado di normalizzare le sue relazioni con il resto del mondo, non possiamo aspettarci moltio dai candidati.

Fanno annunci, ma non possono proporre soluzioni perché sanno di non poter agire a livello macroeconomico.

Sanno che il vero problema dell’economia iraniana è di natura politica e la soluzione è da cercarsi nella normalizzazione dei rapporti con la comunità internazionale.