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Proteste in Turchia, battuta d'arresto per l'economia?

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Proteste in Turchia, battuta d'arresto per l'economia?

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Nemmeno la crisi del 2008 era riuscita a scalfire l’immagine idilliaca dell’economia turca. Quello che non è riuscito a lei potrebbe riuscire però alle proteste di piazza che dalla settimana scorsa scuotono il Paese.

Il condizionale è d’obbligo: la maggioranza degli analisti continua a scommettere sulla fondamentale tenuta del Paese. Dopo un crollo di dieci punti percentuali, lunedì, questo martedì la borsa di Istanbul ne ha recuperati quasi cinque.

Fino ad oggi la Turchia è stata vista come una delle economie più dinamiche del Vecchio Continente: dopo il crollo del 2001, le banche si sono dimostrate sorprendentemente resistenti alla crisi di cinque anni fa e nel decennio che va dal 2002 al 2012 la crescita economica media annuale è stata del 5%.

Il ciclo di riforme dell’oggi contestatissimo primo ministro Recep Tayyip Erdoğan ha avuto il merito di trasformare il Paese: il reddito pro-capite è più che triplicato in un decennio e i titoli di Stato, nonostante un deficit di bilancio del 6% sul Pil, vengono consigliati per gli investimenti da due delle tre principali agenzie di rating. Risale a poche settimane fa l’upgrade da parte di Moody’s.

La protesta contro la costruzione del centro commerciale a Gezi Park è però, secondo alcuni osservatori, indicativa dei limiti di questo modello di sviluppo: tra i numerosi cantieri che si stagliano nell’orizzonte del Paese la società civile lamenta una forte restringimento degli spazi pubblici.

Rivendicazioni che potrebbero aumentare con la frenata della crescita vista nel 2012 (2,2% contro l’8,8% record del 2011), l’inflazione ancora alta (il 6% l’anno scorso) e un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 9%.

Resta da vedere l’impatto che le proteste stesse avranno sull’economia: a giugno il settore turistico, che nel 2012 ha visto 36 milioni di visitatori, ha già registrato un calo delle prenotazioni del 30%.