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L'America si interroga sull'imputato Bradley Manning: eroe o traditore?

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L'America si interroga sull'imputato Bradley Manning: eroe o traditore?

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Per alcuni è un eroe. Per altri un traditore. Nella sua madrepatria, gli Stati Uniti, sono in pochi a non avere un’opinione su Bradley Manning, l’uomo che a venticinque anni rischia di vedersi infliggere una condanna all’ergastolo per complicità con il nemico, in base a una legge che risale al 1917.

In carcere da tre anni, è stato descritto in modo alterno come un ragazzo dalla personalità fragile, in cerca di riconoscimento; o come un giovane consapevole e deciso a scatenare un dibattito sulle responsabilità delle forze armate americane e della politica estera del suo paese. Un paese che lui stesso afferma di amare.

Tra i file che ha trasmesso a Wikileaks, un video che ha fatto il giro del mondo. Baghdad, 12 luglio 2007: un elicottero Apache apre il fuoco su un gruppo di persone. Restano uccisi 18 civili, tra i quali due giornalisti di Reuters.

Il processo che si è aperto a Fort Meade, nel Maryland, è frutto di un’istruttoria lunga 18 mesi. La corte marziale che giudicherà Manning è la più grande dopo quella che nel 1968 processò i responsabili del massacro di My Lai, in Vietnam.

“Quella fuga di notizie riservate ha avuto conseguenze difficili da valutare – sostiene Phillip Carter, esperto del Centre for New American Security – ma credo che abbia danneggiato le nostre relazioni con quei paesi che sono stati citati nei cablogrammi pubblicati da Wikileaks”.

Dei 150 testimoni chiamati a deporre dall’accusa, alcuni considerano Bradley Manning un ragazzo depresso, ansioso, a disagio con la propria omosessualità. Gli attribuiscono tendenze suicide, che giustificherebbero il regime di isolamento in cui è stato confinato nel carcere di Quantico, Virginia. Di certo c‘è che Manning entra nelle forze armate a 19 anni e a 21 parte per l’Iraq, dove fatica a tollerare la crudezza della guerra.

Su di lui la corte scriverà una verità giudiziaria. Ma, per i pacifisti americani, Manning è già un’icona. Così come lo è per quanti, tra i suoi connazionali, auspicano la trasparenza totale sulle informazioni in possesso del governo federale.