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Il palmarès della 66esima edizione del Festival di Cannes

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Il palmarès della 66esima edizione del Festival di Cannes

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L’amore tra due ragazze incanta la Giuria di Cannes. Una storia con la quale tutti possono identificarsi, indipendentemente dall’orientamento sessuale, ha detto il presidente Steven Spielberg. “La vie d’Adèle”, di Abdelattif Kechiche, Palma d’Oro 2013, racconta l’amore e la passione in modo molto esplicito tra la quindicenne Adèle e l’artista dai capelli blu Emma.

“E’ la consacrazione, il piacere, la riconoscenza, un film fatto con il cuore e non solo, ma davvero con il cuore”, dice Adèle Exarchopoulos, una delle protagoniste.

“Le riprese sono durate a lungo, quasi cinque mesi e mezzo, abbiamo girato tante cose, molte cose non sono state inserite nel film”, racconta Léa Seydoux. “Quando abbiamo lo visto non ci aspettavamo per forza di vedere quel tipo di film, ma il fatto che il sia apprezzato dalla stampa e che la gente lo ami ci aiuta ad amarlo”.

“Il Passato”, di Ashgar Fahradi, è stato ricompensato con il premio per la Miglior Attrice. Berenice Béjo, l’anno scorso al fianco di Jean Dujardin in The Artist, ha cambiato registro.

“E’ un film magnifico, un film molto forte”, afferma Béjo. “Ciò che amo di questa storia è la suspense, il dramma che si sviluppa poco a poco, le cose che veniamo a sapere a mano a mano. Ed è questo che ne fa un film, un lavoro cinematografico, ci fa capire che non siamo nella realtà vera e propria, siamo nella realtà cinematografica. La suspense è una parte molto importante del film”.

Un passato sconosciuto emerge quando Ahmad – dopo quattro anni di separazione – arriva a Parigi da Teheran, per formalizzare il divorzio con l’ex moglie francese.

Migliore interpretazione maschile quella di Bruce Dern. Nel film “Nebraska”, Dern veste i panni di un anziano alcolizzato e sull’orlo della demenza senile. Convinto di aver vinto un premio milionario, parte in viaggio per ritirarlo. Un road movie firmato da Alexander Payne.

La giuria presieduta da Steven Spielberg ha premiato come miglior regista il messicano Amat Escalante, per “Heli”.
“I film di Spielberg mi hanno ispirato molto quando crescevo e probabilmente è stato lui a infondermi la passione di fare cinema”, dice Escalante.

“Heli” racconta la storia di Estela una ragazzina di 12 anni che si innamora di un poliziotto di 17 e progetta di fuggire e sposarsi con lui. La sua famiglia viene coinvolta in un vortice di violenza.

Migliore sceneggiatura al cinese Jia Zhang-Ke per “A Touch of Sin”. “Credo che la cosa più importante per un artista o per un regista sia non autocensurarsi”, dice Jia Zhang-Ke. “Occorre essere coraggiosi per essere creativi e usare la propria opera d’arte o il proprio film per respingere i limiti e la censura”

Protagonisti quattro personaggi, di quattro province della Cina attraverso i quali viene raccontato lo sviluppo economico brutale e la violenza della Cina contemporanea.

Il giapponese Hirokazu Kore-Eda ha ricevuto il Premio della Giuria, per “Like Father, Like Son”, un film sul delicato ruolo del genitore. “Non faccio un cinema di genere, non volevo scegliere tra commedia e dramma”, spiega il regista. “Quando ci si occupa di un tema serio, occorre utilizzare un tocco di ironia, altrimenti è indigesto. Sono contento, perché durante la proiezione ci sono state delle risate, credo che più il tema è serio, più occorra inserire note divertenti”.

Per quanto riguarda gli italiani, nel concorso principale resta a bocca asciutta Paolo Sorrentino, con “La Grande Bellezza”. Mentre “Salvo”, film su un killer di mafia, diretto da Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, vince il Gran premio della Semaine della Critique.